E siamo alle solite. Garrison si innamora e disamora con la facilità con cui un bradipo si mette a dormire, una libellula sbatte le ali, una foglia secca cade dal suo albero.
Non a caso è soprannominato BimboGarry. Il suo atteggiamento tipico è quello della b.m. che scrive con le cappa e mette accenti su tutte le vocali che le capita di scrivere su questa terra. Ma prima, come al solito, i fatti.
Certo, se dovessero crescere ancora un po’, dite a Zanforlin di allargare un po’ la porta della sala canto. Eh sì, perché i nostri divin cafoni, di pariniana memoria, capaci di memorabili performance, non solo canore, naturalmente (visto che di canoro hanno ben poco), sono leggermente sovrappeso.
Ci si riferisce, ça va sans dire, ai due elementi della nouvelle vague amiciana, agli immarcescibili ed educatissimi eredi del Nunziante d’annata, quello stesso che a mala pena sapeva distinguere un pianoforte da un’amatriciana della zia: il mitico Gerardo Pulli, il grunge che avanza (di panza, probabilmente, ma solo per fare la rima), e la fantasmagorica Alessia Di Francesco, l’henné che avanza (nel senso che ne resta tanto appiccicato ai capelli che con le sole goccioline che ne stillano si potrebbe ricolorare l’intero Mar Rosso).
E così nel panorama sconsolato di quelli che sarebbe meglio che zappassero la terra invece che cantare (purtroppo tantissimi in queste ultime edizioni di “Amici”, da quando qualche scarso di talento ha scoperto che la tv può evitare di studiare seriamente), s’inserisce quest’anno immancabile lo svociato, alias Gerardo Pulli, un vero incapace che ha la caratteristica, questa del tutto nuova, di voler fare il verso, mentre canta (cioé cerca di cantare, cioé in realtà latra), a Vasco Rossi.
E in effetti sentivamo fortemente l’assenza, in quel di “Amici”, di un nuovo caso umano, di un montato che si crede erede del migliore cantautorato italiano, di un esaltato che, nella sua smania di apparire come geniale, invece fa impallidire certi ricordi orrorosi del recente passato, di un folle che ha scambiato il suo dimenticabilissimo “Io sono ai tropici” con la nuova “Amazing Grace”.
Diciamocelo: in tv non si inventa niente. E, del resto, la ricerca di originalità è un’ansia tipica di noi moderni, che, quando, per esempio, sentiamo una canzone appena pubblicata, non riusciamo a non inventare paragoni. Dunque, prima di parlare di “Glee”, bisogna, per forza, sgombrare il campo da qualche sciocchezzuola che è stata detta a proposito di questo serial, così tanto amato in tutto il mondo.
Non è vero (ma proprio per nulla vero) che “Glee” sia un prodotto originale dell’inventività americana, qualcosa di “mai visto”. Basta avere un minimo di intelligenza e memoria televisiva per ricordare che di serial legati alla vita della high school i magazzini tv sono pienissimi: “Beverly Hills 90210″, tanto per dirne uno (e forse quasi un antesignano del genere, ma non sono troppo sicuro di questa affermazione), “Saved by the bell”, tanto per dirne un altro (e giusto per avvicinare il top col flop).
La cucina è anche eros, a quanto pare. Dalle parti di “MasterChef” ne sono convinti, tanto che i tre finalisti presentano al mondo, tra compagni, fidanzati e mariti, tre uomini che definire poco elegantemente manzi sarebbe volgare, ma assai veritiero. Eppure a guardarli bene, Luisa, Ilenia e Spyros non entrerebbero di diritto tra le Olgettine.
Per il resto, la puntata scivola bella tranquilla verso il vincitore designato fin da subito, come nella migliore delle tradizioni della casa, che decide l’esito di ciascun turno nei primi dodici secondi e lo dice pure, perché “arrogance” ci piace.
Da quando la tv generalista è annegata in mezzo alle tante proposte del digitale terrestre, in tanti si sono affezionati a nuovi programmi. Molti di questi ultimi sono, guarda caso, innestati sul filone della cucina in tv, che pochi ricorderanno essere stata inaugurata, ormai nel lontano 1979, da Wilma De Angelis, grazie ad un’idea di Paolo Limiti. Da allora in poi, tutto sommato, s’è inventato poco: una conduttrice (in tv la cucina dev’essere femmina, a quanto pare), un paio di pentoloni, begli ingredienti colorati.
Sul filone si sono inseriti un po’ tutti: Benedetta Parodi, seppure orfana delle uova dei Fichi d’India, ha “cotto e mangiato” due milioni di telespettatori su Italia1 (meno bene, pare, le è andata su La7) per quasi due anni, con un programma che costava alla rete pochissimo e che invece è diventato un cult di inatteso successo. Dietro a lei, è venuto poi quel bel tomo di Alessandro Borghese, che col tempo, dopo aver distrutto “Cuochi e fiamme”, è poi diventato più abile conduttore nel recentissimo “Cucina con Ale” (e, nota personale, è ora molto sexy – ok, sono malato… Alessandro, se sei interessato, lascia una riga qui sotto… ).
Povero Mengoni, così solo. A leggere, però, i suoi testi, non sembra un artista tanto isolato, ostracizzato: in realtà ne esce come un infelice assediato dagli intervistatori (“Come ti senti”), come una grande star punita per la sua “differenza” (forse perfino sessuale, forse no, ma poco importa – qualche volta basta l’ombra del gossip a creare il personaggio), come un attore la cui personalità viene fagocitata dal successo (“Mangialanima”). Insomma, MM non si sente comune: si sente diverso (e, intendiamoci, fa anche bene) – però, alla fine la sensazione che ti resta in bocca è stucchevole.
E’ la sensazione di chi ascolta, qualche volta a bocca aperta, qualche volta turandosi le orecchie, e poi sbotta a dire: “Ma chi si crede di essere, ‘sto qui?”. E, poi, subito dopo averlo detto, ti rimangi subito le parole, perché si tratta pur sempre di un talento straordinario. Al servizio, d’altra parte, di un ego spropositato, che sperimenta, che prova e riprova, ma che ancora non è tanto maturo da “fare da solo”, senza qualche aiutino qui e là.
E’ il mio giorno migliore. E’ un viaggio che è appena iniziato. E’ l’età adulta, che costa, che costa per i suoi errori. E invece (è logico o no?) c’è più dolore quando si fanno le “cose giuste”.
E’ decidere di decidere. E’ scegliere di scegliere. E votare, optare, seguire ciò che è giusto. Non che non l’abbia mai fatto. Ma ora lo faccio con la vera sofferenza, con tutto il mio dolore, dentro tutta la distruzione del mio “giovane” animo, che si nutre di entusiasmi, che vuole la gioia del mio giorno migliore.
Che il nuovo “X-Factor” di Rai2 potesse solo andare così male, era scritto nelle stelle. “Star Academy” era un programma raffazzonato, infarcito di pezzettini di “Amici” e di “X-Factor”, mescolati quasi senza grazia, costruito solo come riempitivo (al posto di un giovedì leggermente più competitivo, ma politicamente più scomodo, diciamo così). Come avrebbe potuto fare ascolti anche meramente un poco più alti? Forse con lo spogliarello della Vanoni in diretta o un incontro di boxe tra Facchinetti e Ron. Insomma, l’unica strada era finire per diventare più becero del becero – tipo un altro programma alla Bonolis.
Fare un talent è un’operazione non certamente così facile. Occorre, naturalmente, una buona idea, ma soprattutto è necessario intercettare i desiderata del pubblico, pur senza blandirli apertamente. Significa fare casting di successo, significa non imitare nessuno (vero, Barbara d’Urso?), significa saper fare la tv.
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