Era il lontano 1971. L’Italia era appena stata stravolta dal ‘68 e sembrava conoscere le prime avvisaglie di una crisi istituzionale e economica, che forse non s’è mai risolta, se non per aggiustamenti. Sembrava che stesse cambiando tutto: il femminismo, i reggiseni bruciati come simbolo della costrizione maschile, le nuove regole sociali, l’attacco alla borghesia… A Sanremo, intanto, trionfavano la ribelle Nada e l’inossidabile Nicola di Bari, che cantavano la bellissima “Il cuore è uno zingaro”, l’inno di una generazione che non voleva né poteva avere una relazione costante.

A questa nuova temperie culturale tutti i cantanti dovevano cercare di adattarsi, magari nel solco della tradizione, magari innovando fortemente il loro repertorio. E’ il caso di questa bellissima canzone di Orietta Berti, presentata alla Canzonissima di quell’anno, condotta dal sempre troppo poco rimpianto Corrado.

 

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Non ho sentito il bisogno per mesi di parlare di lei. Ci pensavano i blog di mezz’Italia. Mi sono perfino iscritto al suo, per vedere cosa raccontava ai suoi fan. Io non mi sento un fan, ma non so come mai, le voglio istintivamente bene.

Non è facile mettere nero su bianco un sentimento che non esiste se non attraverso lo schermo di un televisore, intendiamoci. Ma sento, un po’ perché sono dotato del mio sesto senso, che tra me e lei c’è qualcosa che ci unisce. Forse, vedo in lei quella stessa scarsa fortuna in amore che mi contraddistingue ormai da anni.

 

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Come sempre, quando le cose vanno così e così, una canzone viene a farmi compagnia. Stavolta è Leona Lewis, che canta allegramente (perlomeno si fa per dire) che continuerà a vivere anche senza l’amore che le dava vita fino ad ora.

Me lo merito, lei dice, mentre un insistito giro di accordi si muove sui tasti di un pianoforte. Bianco e nero: sono i colori della vita, alla fine. Il bianco dei sogni, il nero della realtà: gli accordi sono tentativi di far coincidere l’immaginazione con la sofferenza, la felicità con la verità.

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Oggi è una giornata triste per il mondo della televisione. Se n’è andato, ma era sofferente da tempo, uno dei miti della tv di tutti i tempi, Gianfranco Funari.

Uomo ruvido, difficile, ma con punte di tenerezza straordinarie, era capace di tutto: cacciato dalla Rai come da Mediaset; vicino a Berlusconi, ma anche da lui lontano quando non riuscivano ad andare d’accordo; amico e nemico della sinistra, cui era andato a spiegare come funzionavano le tangenti in una Festa dell’Unità, dove era stato invitato come ospite e aveva fatto, invece, a modo suo, l’intrattenitore.

 

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Capita nella vita che una persona cara se ne vada via. Si resta soli, a continuare a vivere con una sensazione di vuoto difficile da colmare. Se, poi, chi se ne va era fortemente legato a chi resta, è ancora peggio: ci si chiede come andare avanti, ci si domanda quanto sia il tempo che ci terrà divisi.

Tuttavia, qualche volta, non si tratta di aspettare mesi o anni: si tratta di attendere di raggiungere chi ci ha preceduto nel grande mare della morte. Prima o poi, ci riincontreremo tutti, sì, ma dall’altra parte, dove sta la maggior parte dell’umanità da innumerevole tempo.

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Forse sarà capitato anche ad altri di intravvedere il programma pomeridiano che ha sostituito la striscia quotidiana di “Amici”, dopo il giorno della finale. Si tratta di una specie di diario che raccoglie tutti i magic moments di questa fortunata, anzi fortunatissima edizione: in teoria, dovrebbe mettere insieme le immagini più famose e qualche dietro-le-quinte a mò di celebrazione di quel che è stato.

Ciò avviene solo in parte. Chi si occupa di montare le varie puntate, infatti, non dà del programma e dei protagonisti una immagine del tutto corretta e lo fa continuando in una polemica di lungo corso, condotta, in tanti serali, contro la squadra blù.

 

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Ci ha provato anche oggi, come sempre. Il Galella furioso, però, non s’era ancora visto finora. E’ stata questa la sua (speriamo) ultima metamorfosi come corteggiatore della Frizziero, prima della trasformazione definitiva in tronista, nella prossima mirabolante stagione di “Uomini e Donne”.

Il buon Galella, non sapendo a cos’altro aggrapparsi dopo essere stato trovato con le mani nella marmellata di more, decide di usare la sua arma segreta (wow, mi sento tutto un fremito!), cioé la notiziona di una storia d’amore che la Frizziero starebbe vivendo (non si sa bene da quanti mesi, visto che Christian non è un gran matematico e s’è incartato più volte con i conti) con Fabio De Vivo, altro simpatico figurante della stessa sua agenzia.

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Deprimente la scelta che lunedì vedremo in differita offerta dal trono della Frizziero. La notizia gira sulla rete ormai da qualche giorno. Carmine Di Giosia è battuto da Christian Galella, il micho assoldato dalla scuderia Mora, quello che ha fatto credere a Paola d’essere “presissimo”. Del resto, Paola, come molte altre ex troniste, ha scelto con il cuore, o meglio con l’ormone.

La storia, naturalmente, dovrà durare qualche tempo, per permettere a Christian di fare il Salvatore di Paola per un po’ e trovare una strada nell’arduo mondo dello spettacolo. Giusto il tempo per crearsi un personaggio, vivere davanti alle telecamere, finché il giochino non varrà più la candela e la coppia scoppierà, come del resto è già capitato tra Paola e Salvatore.

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Voleva diventare tronista. Voleva essere un personaggio. Si sentiva bello, figo e fotomodello. Si sentiva introdotto, nell’agenzia giusta, tra le persone giuste.

Paola Frizziero, che è spesso tanto ingenua quanto furba, s’è lasciata imbibinare. Un bacetto, un abbraccio e quella ha calato le braghe. Del resto, come s’era comportato Salvatore? Praticamente allo stesso modo. D’altronde, la mela non cade lontano dall’albero, soprattutto se l’albero è di more.

 

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Quando si presentò sulla scena di “Amici”, Marco, e lo dico con tanta tenerezza, impressionava per la sua timidezza, per il suo muoversi goffo, per i suoi difetti prima ancora che per i pregi. Ma quando cantava, tutto sembrava cambiare.

“Ain’t easy”, come dice la sua canzone di apertura, il suo “cavallo di battaglia”. Non è facile venire dalla Sardegna con tutti i sogni in una valigetta troppo piccola. Non è facile mettersi su un palco e cantare, stracantare, diventare un mito. Eppure Marco aveva qualcosa dalla sua: una scintilla, la sua forza debole, che doveva esplodere prima o poi.

 

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