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Luca Argentero è bello. Non voglio dire che subisco il suo fascino troppo regolare, uno di quelli che le ragazzine apprezzano, ma mi arrendo davanti ad un concetto su cui non è lecito avere dubbi: torno a dire, Luca Argentero è bello. E tutti noi lo sappiamo, anche quando, magari, preferiamo il suo sodale Fedro o guardiamo con sospetto e disprezzo il Grande Fratello e tutto ciò che da esso prende le mosse.

Ma Luca (ma sì, diamogli anche del tu) è anche altro, oltre ad essere un avvenente ragazzo: ha un talento da attore grezzo, ma sicuro come emerge soprattutto nel suo ultimo film, “Lezioni di cioccolato”.

Non si tratta di un capolavoro, intendiamoci: è un film piccolo piccolo, zeppo di attori televisivi in diversi ruoli, alcuni più convincenti di altri (soprattutto Vito Bicocchi, un rude manovale di grande intensità), altri un po’ sotto tono (come la Scattini, limitata ad un copione minimale, tutto fatto di occhiate da gatta poco consone ad una donna della sua età), costruito su un tema sfruttato perché molto attuale (l’integrazione razziale, il lavoro nero, l’emarginazione sociale e l’orgoglio degli immigrati) e soprattutto sulla verve dinamica e attoriale di un caratterista, poco noto al grande pubblico, ma decisivo, come Hassani Shapi, seppure in parabola discendente, visto che, venendo da “Star Wars”, è scivolato via via fino ad Antonio Albanese e a “Nati ieri”.

E’ proprio facendo leva su quest’ultimo che anche Argentero acquista un tono più convincente: la coppia, tanto mal assortita all’inizio e, poi, legata da un destino crudele, diventa un gioco di specchi clamoroso, nel quale anche il cioccolato del titolo assorbe i due protagonisti, il crudele geometra schiavista (Argentero, appunto) e il suo manovale egiziano caduto da un tetto senza impalcature (Shapi), li fa diventare un tutt’uno (tant’è che Argentero si finge Shapi, che lo fa partecipare ad un corso di cucina al suo posto), mescolandoli insieme come ingredienti di una esplosiva ricetta (quella italo-egiziana del lieto fine).

Il geometra, allora, giovane e bello, si imbruttisce per divenire più operaio e meno borghese, rischiando tuttavia di perdere un importante cliente, che dovrebbe in teoria fargli fare un salto di qualità: vestito di stracci, abbronzato in fretta e furia con una lampada UVA, con i capelli scolpiti secondo la moda araba, viene accolto a braccia aperte dalla classe, soprattutto da una dei pasticcieri (Violante Placido), una fanciulla bella sì, ma piena di strani complessi. Anche quando tutti comprendono che il finto manovale non è mai stato, come millantava, un pasticciere, nessuno ha la forza di cacciarlo dall’aula: gli vogliono già bene, o comunque capiscono il suo desiderio di cambiare strada e riscattarsi socialmente.

E così inizia una storia di cioccolato e integrazione, di promesse e bugie, tra le quali con verosimiglianza Argentero si muove delicatamente, autoironicamente, con talento degno di un attore che potrà, tra qualche anno, affrontare anche ruoli più variegati, meno piatti di questo, e che con questa pellicola dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, che ha un talento vero per la comicità di situazione, anche se il suo volto perfetto, dai lineamenti quasi femminili, potrebbe denunciarne una tendenza al drammatico.

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