Era il lontano 1997. Una fanciulla che l’anno prima aveva trionfato tra i giovani a Sanremo ritornava a farsi sentire con una canzone più matura, autori Salerno e Mattone, che quell’anno era assai presente, sponsorizzato dalla sua amicizia per Renzo Arbore, del quale ha scritto diversi successi. Quella fanciulla dagli occhi tristi e dalla voce leggermente roca era Syria: muoveva i primi passi e quella sarebbe stata una delle sue più radiose serate.

“Sei tu” racconta di un amore difficile e solitario e di come chi è restato da solo cerca di farsene una ragione. Si esce, si cammina: meta nessuna, soltanto i pensieri dentro il cuore. Fa male rimuginare? No, la solitudine del mare d’inverno aiuta a razionalizzare, a chiarire, tanto che alla fine s’è quasi invasi da una luce spropositata che tutto annulla, che tutto fagocita (“e fa quasi male agli occhi / questa luce che ci sta”) e che, tuttavia, subitaneamente diventa a sua volta un buio clamoroso, improvviso, che è proprio il pensiero dell’altra persona che, secondo il bisticcio mattoniano, “ci manca e ci stanca”.

Quel black-out dentro di noi, allora, succede che abbia conseguenze: ci chiediamo ansiosi se l’amore che viviamo sia giusto, se abbiamo qualche colpa di come le cose stanno andando (magari per poi liberarci da ogni benché minimo sospetto: “e sto bene con me stessa/ perché colpe non ne ho/, forse quella di volere te”). E ci domandiamo con urgenza se abbiamo bisogno di sicurezza, o di giustizia, o di amore, anzi dell’amore proprio di quella persona, che ora non c’è e che forse non c’è mai, o non c’è mai voluta essere e che probabilmente mai ci sarà. La risposta è, alla fine, questa: “Se tu fossi un cielo azzurro/ forse io non ci starei/ perché in fondo quel che voglio/ è che resti come sei”. 

Vogliamo la tempesta e sappiamo d’essere sciocchi. Non riusciamo neppure ad odiare chi ci ha fatto male e chi ce ne farà ancora. E allora durante quelle notti insonni passate a cercare di capire ciò che non può essere compreso, e cioé come chi amiamo tanto possa farci tanto male, ci consumiamo e basta. Avendo un disperato bisogno di qualcuno talmente tanto da nutrirsi di quei sentimenti che non fanno che scavare dentro di noi gallerie di odio, crediamo di inseguire la verità mentre, in realtà, cerchiamo solo di cauterizzarci a ciò che verrà dopo, se mai qualcosa verrà dopo.

Ma il fatto d’esserci annullati, di aver puntato tutte le poste possibili su un amore che non funge, che irrita talmente è sbagliato, lascia tracce indissolubili, ci rende diversi, ci espone al terribile rischio, poi, di vedere solo ciò che possiamo vedere davvero, senza i “deserti campi” petrarcheschi, senza la sua solitudine pensosa, senza le notti bianche di quel giocatore d’azzardo che è l’innamorato.