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Daniele Luttazzi ama farsi del male. Così titolano i giornali oggi, parlando del nuovo caso che lo vede protagonista, con il suo programma, “Decameron”, su La7 cancellato da un giorno all’altro.

Sul Corriere della Sera, il critico televisivo Aldo Grasso arriva a parlare di eroe del vittimismo, a immaginare che Luttazzi sia malato di protagonismo e che preferisca essere un martire, così da poter far parlare di sé. Non parla, ma del resto sono anni che non lo fa, di televisione, o di quanto il programma di Luttazzi fosse dissacrante e intelligente. Del resto, è molto probabile che neppure lo abbia visto, dato che racconta invece delle esperienze del comico con la Gialappa’s e prima ancora a Magazine 3.

Grasso, evidentemente, ricorda male quando sostiene che Luttazzi era grande quando veniva “limitato” o “smussato”: non lo facevano certo la D’Antoni e De Fornari (tra l’altro, peccato che siano scomparsi entrambi dal video), che neppure entravano nel siparietto comico di Luttazzi ai gloriosi tempi in cui erano protagonisti su Rai 3. Non lo faceva neppure la Gialappa’s, che, tra l’altro, al Grasso non è mai piaciuta: sembra, dunque, particolarmente stravagante che ora ne faccia un elogio postumo.

 

Ma si sa: quando il padrone chiama a raccolta, i servi rispondono. L’articolo di finta cronaca che dovrebbe raccontare come mai Luttazzi è stato silurato parte con una breve dichiarazione di Luttazzi, che si dimostra incredulo (e neppure potrebbe fare altrimenti, visto che lo siamo tutti quanti), per poi riportare in assurdi dettagli l’autodifesa del direttore di rete (di cui tacerò il nome, per non fargli immeritata pubblicità), che per discolparsi giunge fino ad evocare metafore calcistiche.

Il casus belli, infatti, sarebbe una battuta irriverente del comico contro Giuliano Ferrara. La tesi del direttore è che non si può colpire chi fa parte della stessa squadra: sarebbe come se un difensore entrasse a gamba tesa contro il proprio attaccante, o la punta facesse gol al proprio portiere. Un giocatore talmente autolesionista non potrebbe “giocare”.

Divertente che nessuno voglia citare per intero la battuta di Luttazzi, come se questa fosse particolarmente pesante. In quello che ha detto Luttazzi quel giorno su Ferrara (e ripetuto nella replica di giovedì sera, sulla cui messa in onda, però, nessuno ha avuto nulla da dire), non c’era niente di irritante o blasfemo o vergognoso, o perlomeno niente che fosse più irritante, blasfemo e vergognoso del normale umorismo luttazziano. Che questo umorismo, poi, possa piacere o meno, è un altro discorso. Quel che, invece, è assurdo è che la satira debba per forza colpire non chi è della “tua” famiglia, quando è ben noto che la satira colpisce tutti e nessuno, senza avere nessuna remora, senza sperimentare nessun limite.

La satira deve provocare: più provoca chi sta vicino al suo autore, più riesce nel suo intento. Sarebbe come dire che il “Bagaglino” non deve caricaturare Berlusconi, o che la Bignardi non può fare una intervista cattiva ad Afef, solo perché è la moglie del presidente.

L’impressione reale è che questo sia tutto un gigantesco bluff da parte della rete e che Luttazzi abbia toccato altri nervi scoperti che con Ferrara e la coprofagia c’entrano molto poco. L’ultima puntata, andata in onda, del suo show era completamente diversa dal solito: non i tanti spezzoni pungenti o assurdi, cui eravamo abituati, ma un lungo monologo satirico sulla guerra in Iraq, a dimostrazione della sua completa inutilità. Luttazzi fingeva di essere stato reclutato per una tournée tra le truppe italiane là stanziate, assieme a qualche divo da soap-opera un po’ agé e qualche sgallettata alla Aida Yespica (che, come ben si sa, è particolarmente devota a certe personalità del mondo della politica).

Il monologo era pungente non solo perché satireggiava sui malcostumi del mondo dello spettacolo (incapace di andare oltre il livello del binomio tette-sedere), ma anche perché metteva il dito nella piaga della spedizione “umanitaria” dei soldati italiani, insistendo sulla barbarie della presenza europea in quella zona, disvelando anche dati e cifre particolarmente inquietanti.

La precisione di Luttazzi su questo punto non deve essere piaciuta a nessuno, tantomeno a La 7, che nasce per intercessione di qualche politico, si sta conquistando una credibilità proprio cercando di non fare male a nessuno e che teme, probabilmente, di essere messa a mal partito da una qualche revisione della legge Gasparri. La conseguenza è stata che piuttosto che far parlare media e giornali dei contenuti del monologo luttazziano s’è scelto di puntare su infinite discussioni sulla sua forma (questioni dibattutissime, sulle quali i grandi satirografi dell’antichità avevano già risposto, come Persio e Marziale, tanto per dirne due a caso), per poi optare per il déjà-vu e, dunque, reiterare il tristemente famoso decreto bulgaro, usando l’argomento principe contro la satira, quello più gettonato in assoluto: Luttazzi è volgare, quindi deve sparire dalla tv.

Il problema è che, se questo argomento valesse davvero in ogni caso, in tv vedremmo davvero pochi programmi, ivi compresi molti che La 7 ospita.

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