Paolo Meneguzzi, “Grande”: scadente dal vivo, quanto bravo nel playback, è praticamente ingiudicabile. Quando è su cd, sembra un altro. I Latino-Americani che lo amano si vede che non notano la differenza tra lui e Ricardo Arjona. Mentre stiamo a ascoltare la sua performance, capiamo cosa vuol dire Jurman quando sostiene che dal vivo qualche volta qualcosa può andare storto. Ci stupiremmo, nel suo caso, se succedesse il contrario. Ogni cambio di tonalità della canzone della finale è accompagnato da una bella stonatura. Però, almeno è sul tempo. Il ritornello della canzoncina fa tanto Renato Zero imitato da Panariello (“Grande, grande, grande” – non c’è Mina dietro, intendiamoci). Quando arriva a sostenere che l’amore che sente (s’immagina per una donna immaginata) “non lo trattiene il mare”, viene il latte alle ginocchia. Indifendibile, anche se simpaticissimo. La sua più brutta canzone. VOTO: 3

Gianluca Grignani, “Cammina nel sole”: bello è bello, non c’è che dire. Ma è anche bravo. Stilisticamente perfetto, misurato, forse sarà pieno di se stesso, qualche volta debordante, ma a Sanremo fa sempre bella figura. Stavolta, la canzone non è del tutto nel suo tipico stile: una punta di rock, che poi prende forza nella seconda strofa, ma una bella matrice blues, quasi spiritual, come lo stesso titolo imperativo fa intuire e il riferimento a Dio. Una inattesa anima nera, da premiare. VOTO: 7+

Little Tony, “Non finisce qui”: Danilo Amerio confeziona una bella canzone, ritmata, ma inadatta alla voce non proprio allenata di Little Tony, fors’anche in tonalità troppo bassa per la sua vocalità leggera. Eppure la tournure degli accordi non è brutta: le parole sono, anzi, belle e sentite, anche se qualcuno, troppo affrettatamente, le ha definite “autoreferenziali”. Il testo è piacevole, non malinconico (come altre canzoni autobiografiche, tipo “E’ la vita” di Al Bano), anzi pieno di sano ottimismo. Non siamo ai livelli della “Spada nel cuore”, ma emoziona. VOTO: 7/8

Toto Cutugno, “Un falco chiuso in gabbia”: l’arrangiamento è quello dei tempi migliori e fa molto anni Ottanta; la grinta è sincera, ma malinconica, come nello stile cutugnesco (ha sempre scritto in tonalità minore). Nel duetto con la Minetti, ha dato la sua prova più interessante (come nella loro precedente e fortunatissima prova con “Come te nessuno al mondo”). Da solo, fa fatica soprattutto nella parte alta, quella dove dovrebbe giocare con i coristi. Il testo non sarà originalissimo, ma è efficace, senz’essere forse quello più azzeccato di tutta la sua carriera (il quale continua ad essere “Faccia pulita”, di un Sanremo di tanti anni fa). VOTO: 8

L’Aura, “Basta!”: il caratteristico birignao della cantante albanese funziona come un dito nell’occhio. Lo stile diventa accademia, in questo caso, e accademia anche di scarsi esiti, infarcita da errori di intonazione piuttosto marchiani. Prende un respiro in mezzo ad una parola (“verità”), che in teoria nella sua canzone di denuncia dovrebbe essere fondamentale. Il maestro Palma si metterebbe a segnare con la matita rossa tutti i fiati. Ma anche senza essere micragnosi la canzone appare oscena. Lodevole lo sforzo di fare una canzone “intelligente”, ma per farlo ci vuole il respiro di un poeta vero (esilarante il finale col tremebondo “c’è qualcuno là”). VOTO: 4-

Anna Tatangelo, “Il mio amico”: chi se ne importa se è truccata, se è vestita da vecchia, se le hanno rifatto zigomi, addome, gambe e orecchie. Chi se ne importa, davvero. Un importante (?) giornale, detto il “Corriere della Sera”, l’attacca come se fosse l’unica cantante che non si schiera politicamente, o l’unica donna di spettacolo che ha ricorso alla chirurgia, o l’unica che è scappata con un uomo sposato. Perché non parlate della cantante-Tatangelo? La Tatangelo è la migliore di quest’anno: nessuna sbavatura, grande controllo vocale, capacità oltre la norma. E’ una cantante intelligente, precisa, capace: teatrale quanto basta, gareggia in intensità con l’orchestra ed è l’unica che non ne viene inghiottita. La canzone sembra fatta per attirare i problemi, ma è piena, gentile, delicatissima. I gay non avranno gradito, ma il ritornello ha parole semplici e sincere (“Dimmi che male c’è/ se ami un altro come te,/ se il cuore batte forte/ dà vita a quella morte/ che vive dentro te”), che sostengono senza puerilità come anche un omosessuale possa innamorarsi e come anche per un omosessuale, come per chiunque altro, la pena d’amore sia vita e morte insieme. Coraggiose parole per un cattolico come Gigi D’Alessio. VOTO: 9

Amedeo Minghi, “Cammina cammina”: quando lo ascolto, penso sempre a “Novecentocinquanta”, che è la mia canzone preferita tra le sue. E invece mi ritrovo spesso davanti a stanche melodie, ad arrangiamenti tutti uguali, a parole fotocopiate. Stavolta, invece, il tentativo di svecchiarsi passa attraverso parole che, invece che essere sussurrate, sono sparate come da un mitra, con una velocità eccessiva. Pur se affrettata l’esecuzione, il pezzo prende respiro improvvisamente quando il ritornello finalmente si fa più piano (“Io ti difenderei”), ma è un attimo. Troppo poco, decisamente. VOTO: 6/7

Mario Venuti, “A ferro e fuoco”: strombazzato dalla critica, che evidentemente non si intende di musica, viene considerato il migliore. Purtroppo, il Venuti per fare il suo mestiere dovrebbe imparare a cantare, ciò che non è mai stato in grado di fare. La sua interpretazione festivaliera (non è, tra l’altro, la prima e non si possono imputare gli errori alla preoccupazione dell’esordiente) consente una nuova formulazione del problema annoso della scala musicale: i suoni emessi da Venuti, infatti, non esistono in natura. Qualcuno sostiene che siano rumoracci simili a lampadine che scoppiano, lavatrici che fanno strani gorgoglii e miagolii di gatti in calore. Altri, più semplicemente, chiudono le orecchie quando lo sentono. VOTO: 2- (e siamo gentili, pensa te se fossimo la Di Michele).

Giò Di Tonno-Lola Ponce, “Colpo di fulmine”: da “Notre Dame de Paris” a Sanremo, una vera follia. Noioso, prevedibile, telefonato. Una melodia di una piattezza da musical, senza un momento di felice intuizione; parole di una banalità sconcertante (“Com’è possibile, ma che bella sei”, canta in un verso memorabile il povero Di Tonno che fa pure la parte del soprano, visto che la Ponce è solo bella e evanescente). Neppure l’arrangiamento di quel santo del direttore d’orchestra, con il bell’assolo della chitarra, a fare da traino per la melodia, rende meno scipito il brano. Chiudo con altri memorabili versi: “Bella! Bella! Bella! Cerco scampo anch’io [Di Tonno]. Bello! Bello! Bello, nell’abbraccio mio [Ponce]”. Sarebbe stato meglio che i due si scambiassero la parte. Sarebbe stato più coraggioso. Nannini ai minimi termini. VOTO: 4-

Michele Zarrillo, “L’ultimo film insieme”: poesia struggente, su un basso insistito che si apre solo dopo esser diventato martellante ricorrenza, è forse uno dei più solidi esempi dell’arte (non sempre con la A maiuscola) zarrilliana. Il lavoro del compagno di scrittura, Artegiani, si intravvede facilmente proprio in questa semplicità serena, seppure triste, quando il poeta finge di morire nel “mare aperto dei tuoi occhi” – un’immagine ricorrente quella del mare, che torna e stona, tuttavia, con il tema del cinema. Non sempre all’altezza della canzone l’interpretazione canora. VOTO: 7-

Fabrizio Moro, “Eppure mi hai cambiato la vita”: l’interpretazione nella finale è piuttosto malandata, sfilacciata, al limite della stonatura. Il passaggio dalla canzone impegnata a quella d’amore è più difficile dell’atteso: parlare d’amore è complicato, si rischia di farlo con luoghi comuni, neppure ingentiliti dal petrarchismo della nostra lirica anche moderna, ma sdruciti, pallidi, stanchissimi (“stasera tu sei lontana, mentre io penso a te”, canta Moro in un momento che dovrebbe essere nelle intenzioni forte ed intenso e invece è una tragedia). VOTO: 5/6 (di cortesia)

Tiromancino, “Il rubacuori”: melodicamente inoppugnabile, come molte canzoni del gruppo, questo “Rubacuori” rappresenta una critica al mondo della alta finanza, alle ragioni delle aziende e del potere economico. Aspra, ironica, maschera dietro facili rime (dirigente/ liberamente/ gente) un’asprezza concentrata, ma non sufficiente nella sua eccessiva brevità. Ottima, come sempre, l’interpretazione di Zampaglione, che magari non sarà simpatico, ma di certo è un musicista. VOTO: 7 1/2

Frankie hi-nrg mc, “Rivoluzione”: ambientazione messicana, assoli di tromba alla spaghetti western, la canzone di Frankie è un inno alla discontinuità, al tentativo di mandare a casa tutta una società (soprattutto politica, con un occhio al Vaffa-day e un altro alla terribile attualità italiana: da Vallettopoli al plastico di “Porta a Porta”, dai furbetti del quartierino ai baroni e alle loro clientele). Ma alla fine la canzone si contraddice: “non si fa la rivoluzione”. Non sembra esserci speranza in questo clima da Ok-Corrall. Puoi sparare come i cowboy e gli sceriffi, o sperare, ma l’Italia non cambia mai, purtroppo. VOTO: 8 1/2

Finley, “Ricordi”: idolatrati dalle ragazzine, si adattano con difficoltà all’atmosfera di Sanremo, dove peraltro servono a fare audience tra le teen. La canzone, però, è abbastanza scivolosa e aspra perché il cantante abbia difficoltà e rimanga spesso senza fiato (soprattutto quando non riesce a terminare gli acuti rockeggianti, distorcendoli quasi tutti). Con tutta la loro scenicità, sembrano potersi “costruire” una vera carriera, dopo le tempeste ormonali. Forse, sempre che tutto vada nel verso giusto e Sanremo diventi solo un’occasione – per ora, vagamente sprecata. VOTO: 6-

Mietta, “Baciami adesso”: la bella melodia, una delle più azzeccate dell’intero Sanremo, mescolata alla potenza esplosiva della cantante, davvero bravissima, fa passare in secondo piano il noioso testo di Panella. Inutili parole, sempre buttate lì, quasi a prendere in giro se stessi, la canzone, il cantante e Sanremo. Si resta perplessi davanti ad un tale talento (almeno supposto, intendiamoci) finito a fare il verso a se stesso, da “Canto la mia canzone” di Reitano a “Fare l’amore” sempre di Mietta. Sarà anche il suo intento principale – quello di veicolare il suo messaggio virale all’interno del mondo delle canzonette -, ma questa può essere la giustificazione per una prova, per due, non per una vita passata a scrivere, odiandolo per Sanremo, guadagnandoci sopra, come un vero speculatore. VOTO: 8 1/2 (2 per il testo)

Max Gazzé, “Il solito sesso”: carino, ingenuo, molto migliorato come performer, canta con un fil di voce, ma è intenso con una canzone intima e carezzevole – una dichiarazione alla segreteria telefonica, pura e semplice, piena di immagini poetiche, senza le solite dissonanze. Si sente in loro la fantasia imbrigliata, in uno schema melodico indefinibile, per la sua continua mutevolezza. L’arrangiamento, solidamente strutturato sulle armoniche dei violini, è un prezioso lavoro di meraviglia potente. Stilisticamente, il migliore in assoluto. VOTO: 9

Sergio Cammariere, “L’amore non si spiega”: spiegare la magia di questa canzone è impossibile. E’ un incantesimo di parole e musica, l’una calata nelle altre e viceversa come se fossero nate insieme per stare per l’eterno mescolate. L’amore, del resto, è un’utopia inspiegabile, irrazionale, che diviene nella fantasia del poeta o punto riassuntivo di ogni cosa o quasi spaventosa estasi dell’infinito e dell’illimitato. Bisognerebbe che Cammariere fosse tanto simpatico quanto bravo. Sarebbe perfetto, anche come uomo. VOTO: 10

Eugenio Bennato, “Grande Sud”: anche se fratello talentuoso del più fortunato Edoardo, confeziona una canzone relativamente anonima (ha scritto cose molto migliori), riscattata in parte dagli inserti dialettali. La anafora continua (“c’è una musica”) rende ancora più noiosa la scrittura, poco movimentata anche da una strofa poco originale. Anche qui la fa da padrone il messaggio sociale anti-globalizzazione selvaggia. Lodevole il tentativo, meno riuscita la contaminazione tra stile sanremasco e ritmi meridionali. VOTO: 6 1/2

Tricarico, “Vita tranquilla”: emozionerà di più su cd. Dal vivo, mentre gli scappa un simpatico (?) “stro***”, fa una fatica terribile a tenere anche una sola nota. Tema interessante del testo è l’insoddisfazione umana, incapace di trovare pace e tranquillità: la ricerca dell’equilibrio è sempre rimandata, in nome di desideri che, una volta raggiunti, non sembrano dare nessuna quiete. L’amore neppure è in grado di cambiare del tutto. Dovrebbe imparare a moderare la sua emotività. Per ora non è un cantante completo, ma un grande autore. VOTO: 8-

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