In una puntata concitata, con Maria De Filippi che cerca di arrivare almeno a sette sfide e la chiacchiera che deborda e limita i talenti (spesso nascosti) dei ragazzi, capita di vedere uno dei migliori pezzi di televisione musicale degli ultimi anni, ivi compresi i duetti di Sanremo. L’originale trovata della De Filippi di far schierare con le due squadre i rispettivi insegnanti di canto è stata, infatti, geniale, degna davvero dell’intelligenza televisiva della conduttrice.

Mentre il tam tam delle puntate nel pomeridiano ha fatto salire la temperatura dello scontro, la sfida è stata preparata secondo due tattiche diverse dalle due squadre. Da una parte, i blù si sono affidati alla voce guida di Jurman e alle sue indiscutibili qualità vocali. I ragazzi gli si sono accodati, ciascuno con le sue doti, ciascuno col suo timbro, orchestrati in modo tale da ottenere una amalgama strepitosa. Dall’altra, invece, s’è puntato tutto sulla simpatia, sul cuore-visto-che-c’-abbiamo-poco-altro: del resto, la sfida non poteva essere raccolta sul resto.

Ho già parlato ampiamente della Di Michele e di come io sia stato un suo fan della prima ora. Ho già detto che non mi pareva che come insegnante di canto la Di Michele potesse essere così decisiva. Aggiungo, oggi, dopo averla sentita di nuovo (con piacere e tanta nostalgia) in diretta, che la Di Michele non è mai stata davvero un interprete, ma una cantautrice: ottima come cantautrice, capace di scrivere reali capolavori e di renderli in modo relativamente credibile, soprattutto su disco, quasi mai nelle occasioni dal vivo che contano, come a Sanremo.

Anche in questa nuova chance televisiva, sul palco di “Amici”, di fronte al virtuosismo di Jurman, la vocina leggera leggera della Di Michele è sembrata ben poca cosa. Del resto, lei che è un contralto si costringe a cantare da sopranino e rischia sempre, come le capitò in una trasmissione estiva di tanti anni fa, “Portomatto”, di stonare irrimediabilmente.

Anche stasera, mentre cercava di ironizzare sulla lettera di diffida che Jurman le ha fatto mandare dall’avvocato, trasformando il testo di “C’era un ragazzo”, dovendo cantare una frase di dieci-note-dieci, sì e no ne avrà beccata una, forse per puro caso. Per il resto, sembrava cantasse Marco Carta prima della cura Jurman.

Per inciso, è divertente osservare che il maestro del respiro Palma, anche lui responsabile di tre misere battute da solista, prendeva un amabile respiro nel posto sbagliato, spezzando una di quelle parole inspezzabili, perché semplicemente non aveva più fiato (e non è che avesse fatto il Pordoi, poco prima di cantare). 

Doppiamente perdente, dunque, la coppia (poca)Grazia-Fabrizio: da un lato, per la scelta di cantare un pot-pourri senza significato reale, corrosivo non per Luca, ma per loro stessi (e che poi, alla fine, Palma tentava, in preda ad un attacco di ansia, di giustificare, dicendo che “volevamo sdrammatizzare”); dall’altro, per il risultato, incontrovertibilmente di scarsissimo valore, proprio sulla base di quei decisivi parametri che il duo ha sempre fatto valere contro, in particolare, Marco.

Tanto la prima esibizione sembrava degna di essere registrata e fatta ascoltare ai posteri, perché preparata con cura, disegnata secondo principi di vera professionalità, quanto la seconda appariva come quei cori stonati in cui ci si lancia amatorialmente dopo qualche bicchiere di birra alla spiaggia, davanti al falò acceso.

Una simpatica scampagnata, tutta cuore, tutta divertiamoci-noi-ché-chi-se-ne-frega-del-pubblico, tutta faccio come mi riesce, la quale, a quanto pare dai risultati del televoto finale, è stata sonoramente bocciata anche da chi sta a casa e forse pretendeva da una cantante che facesse il suo lavoro.

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