L’anno scorso Karima Ammar cantava un repertorio black facendo scalpore. Umiltà, tanto lavoro, una voce educata e generosa: tutte qualità che la contraddistinguevano facendola brillare rispetto al suo contraltare (che era la negazione del talento, per dirla in breve). Oggi, invece, paladina dei Bianchi è Roberta Bonanno e qualcuno, con tanta generosità, l’ha paragonata proprio alla Ammar.

Eppure, tra le due c’è una tale differenza che anche solo immaginare un confronto è una eresia. Roberta, infatti, non ha niente della Ammar – né il talento, né la capacità di essere vera, fino in fondo, tanto da abbracciare l’Angelucci e poi odiarlo da toscanaccia verace, solo perché le aveva rubato la vittoria, slealmente (ovvio).

 

 

Roberta non ha l’ampiezza della estensione della Ammar, tanto per cominciare. Non ha praticamente nessun accesso al registro delle note basse, che non le riescono neppure sotto tortura. Quasi sempre resta sgranata quando deve scendere di voce; quasi neppure si riesce a distinguere dall’orchestra, sulla quale si appiattisce. Non è che vada meglio negli acuti: spesso, la Bonanno si perde, diventa quasi inascoltabile, peggio del peggiore Marco (quello stonato dei primi tempi), strillando come una disperata e fingendo che quegli urli sguaiati siano “interpretativi” (chissà di cosa, tra l’altro: forse degli attacchi di bile degli ascoltatori?).

Ma Bonnie-the-Hen è peggio soprattutto come persona, capace di qualsiasi manovra pur di conquistarsi il pubblico, nel suo istronico esibizionismo. Roberta è, infatti, in grado di fare una dichiarazione e poi smentirla immediatamente dopo, con tutta la tranquillità della sua favella. Infida capoclasse della squadra del Sole, fa apparire la sua contraltare come una losca macchinatrice, quando nelle sfide entrambe ragionano nello stesso modo.

Allo stesso modo, si comporta anche nel serale, accusando tutta la squadra blù delle stesse bassezze di cui lei è apertamente responsabile, come quando finge di aver fatto cantare a Marta Rossi una canzone adatta a lei, quando si sa che “Per dire di no” è un pezzo non difficile, ma difficilissimo. Il fatto è che, poi, la Rossi la canta splendidamente e la povera Bonnie non sa che dire, una volta tanto.

Purtroppo, invece, quasi sempre il simpatico gallinaccio vestito di bianco sbiadito ha se non la voce per parlare, soprattutto le parole da dire, a sproposito, soprattutto quando da divertente maestrina arguisce davanti alle telecamere di talento che non vince (quando è Marco a prevalere nelle sfide contro di lei), o di educazione che dovrebbe essere insegnata (ed infatti quando dà della platessa a Cassandra, la Bonanno si comporta tanto signorilmente che non si vede perché ancora non l’hanno chiamata a Oxford).

Insomma, usa tutto l’armamentario solito dei reality per far parlare di sé: offese, imitazioni, scurrilità, idiozia esibita soprattutto davanti alla telecamera, a favore degli italiani che devono votare, e se sono intelligenti devono votare per lei. Altrimenti, si sa, sono tutti dei co**ioni (e in questo ha anche un illustre precedente, no?, più o meno della stessa forza).

Bugiarda, bugiardissima, arriva fino all’untuosità nei rapporti con i professori: Grazia Di Michele e Fabrizio Palma diventano icone da salvaguardare, tanto sono sacri. Forse, la Bonanno richiederebbe perfino la loro beatificazione in diretta tv, se non pensasse di alienarsi i voti degli atei e degli agnostici. Come si arriccia la sua voce galliforme quando inventa nuove accuse con le quali spingere i blù a discolparsi. Come diviene umida e appicicaticcia invece quando finge di piangere per un nonnulla, quasi biascicando (peggio che quando canta) parole su parole, delle quali nessuno immagina il senso.

A sentirla c’è solo da chiederle insistentemente di stare zitta, per una volta, e lasciare le tattiche da traccheggio a casa. Basta con questi mezzucci, con le escogitazioni, con le parole mielose per Maione (che, sia detto una volta per tutte, quando non era nella sua squadra, odiava veramente), con i gesti vaneggianti per Jurman (come quando gli canta che “non potrai fermarmi ora”), con le facce assurde durante le canzoni (e qui si vede la mano “sapiente” di quell’attorone fallito di Palma)… basta davvero. Che canti, la Bonanno-galliforme, e basta!

Che canti, sempre che ci riesca.