Capita nella vita che una persona cara se ne vada via. Si resta soli, a continuare a vivere con una sensazione di vuoto difficile da colmare. Se, poi, chi se ne va era fortemente legato a chi resta, è ancora peggio: ci si chiede come andare avanti, ci si domanda quanto sia il tempo che ci terrà divisi.

Tuttavia, qualche volta, non si tratta di aspettare mesi o anni: si tratta di attendere di raggiungere chi ci ha preceduto nel grande mare della morte. Prima o poi, ci riincontreremo tutti, sì, ma dall’altra parte, dove sta la maggior parte dell’umanità da innumerevole tempo.

Questo il tema della prima canzone impegnata e pienamente autobiografica dell’esordio discografico di Marco Carta, reduce dal successo di “Amici”. I versi scritti per lui si adattano perfettamente alla sua situazione di orfano, legato alla madre cui canta con struggente consapevolezza: “sai che un giorno io ti rincontrerò,/ in un altro me, in un’altra te,/ ti rincontrerò”.

L’incontro con chi ci ha lasciato diventa, in questi versi, un’occasione solo da rimandare ad un futuro prossimo: è possibile che ci si possa rivedere in un’altra figura, che non sarà una sostituzione, ma addirittura un’altra identità. Saremo anche lontani, abbastanza per non poterci toccare l’un con l’altro, ma possiamo ancora comunicare con le parole, o forse meglio ancora con la musica.

Sarà un tempo senza fine, o addirittura un tempo senza tempo – l’eterno verso cui salgono le nostre preghiere, i nostri sogni, la nostra essenza d’anima, che “vola sui tetti”. E il rimpianto per non essersi potuto prendere cura di chi se n’è andato diventa speranza e gioia, come se non ci fosse bisogno che di ricordare, tenere conservato tutto il passato dentro la nostra anima sdrucita, anche se la vita macina le ore, anche se quel bisogno che è una fame implacabile non può trovare nessuna soddisfazione.