Era il lontano 1971. L’Italia era appena stata stravolta dal ’68 e sembrava conoscere le prime avvisaglie di una crisi istituzionale e economica, che forse non s’è mai risolta, se non per aggiustamenti. Sembrava che stesse cambiando tutto: il femminismo, i reggiseni bruciati come simbolo della costrizione maschile, le nuove regole sociali, l’attacco alla borghesia… A Sanremo, intanto, trionfavano la ribelle Nada e l’inossidabile Nicola di Bari, che cantavano la bellissima “Il cuore è uno zingaro”, l’inno di una generazione che non voleva né poteva avere una relazione costante.

A questa nuova temperie culturale tutti i cantanti dovevano cercare di adattarsi, magari nel solco della tradizione, magari innovando fortemente il loro repertorio. E’ il caso di questa bellissima canzone di Orietta Berti, presentata alla Canzonissima di quell’anno, condotta dal sempre troppo poco rimpianto Corrado.

 

 

“Città verde” è un piccolo capolavoro di Mogol e Migliacci, che raccontano la solitudine dell’amante, di colei che deve stare nascosta, perché l’uomo che ama (“il vero amore”) è sposato. In un’era dove non esistevano i cellulari, la protagonista si trova con in mano un gettone che non serve, perché dalla stazione dove sta telefonando chiama una casa già vuota. Lui è uscito con la moglie: non potrà risponderle.

L’eco della telefonata si perde nella triste allegria di una città vissuta di notte, nel deserto di vie senza amore, o viceversa, per opposizione, nel ricordo della giornata appena passata con lui. L’amore che lei sente rende vivo tutto ciò che la circonda: la città dove abita torna ad essere verde, come il titolo suggerisce. Lei sembra volare, correndo, tra laghi, fiumi, parchi: “con te, con te, io sono io con te”.

Finalmente, può urlare tutto quello che sente, perché la gente invidiosa che potrebbe rovinare il loro idillio è lontana, lontana dalla natura e dagli alberi, da quella relazione tanto profonda quanto a-sociale. C’è qualcosa che la rende perfetta – ma non è la celebrazione in chiesa, o la conferma della famiglia. Quel qualcosa va oltre i limiti della vita stessa: è la conferma dell’amore che tiene insieme le persone a prescindere dal loro status sociale, dalla loro materialità, perfino dal loro sesso.

E quell’amore tanto cercato è talmente forte e intenso che chi lo prova può anche superare i momenti bui della sofferenza, del sentirsi lontano da tutto e da tutti, solo, disperatamente solo, mentre dietro di sé si profila la stazione di un incontro fugace, di una chiamata muta ad un telefono che non può rispondere, ahimé, non può più rispondere.