Giusy Ferreri ha pubblicato un nuovo singolo, firmato ancora una volta da Tiziano Ferro: si intitola “Novembre” e racconta gli esiti di una storia d’amore difficile, nata un anno prima e ora guardata malinconicamente dalla sua protagonista, che, tuttavia, si sente più forte, più emancipata, più indipendente.

Com’era prevedibile, il disco, che sembra venire fuori da atmosfere quasi anni sessanta, tanto da far pensare ad una cover, ha avuto un successone strepitoso. La prima conseguenza è stata che in molti sono andati a trovare supposte identità con altri modelli musicali di Ferro e della Ferreri, giusto per trovare il modo di sporcare la forza di questa nuova voce della musica italiana.

C’è perfino chi ha scomodato Paolo Mengoli e la sua “Perché l’hai fatto”, che, per quanto lo stesso interprete possa dire, non ricorda neppure di striscio “Novembre”, anche per il fatto che il ritmo è completamente diverso (la canzone della Ferreri è tutta in levare, sincopata, tanto che nel primo ritornello la preposizione “a” davanti a “novembre” scompare).

C’è, invece, chi ha voluto proporre un confronto con la Whinehouse. Che la Ferreri abbia giocato sulla sua somiglianza con la cantante di colore, è un fatto assodato. Ma, se c’è un pezzo in cui ha abbandonato questo escamotage, è proprio questo “Novembre”, che non sembra avere niente a che fare con “Back to Black” e affini. L’atmosfera, come si diceva, è completamente diversa: c’è un che di retrò che non si addice neppure alla penna di Ferro, per la verità. C’è un’eco, semmai, delle canzoni dell’Equipe 84, o dei Camaleonti: struggente malinconia, universalizzazione dei sentimenti (“la città si accende in un istante” e poi, per antitesi, “la città si spense in un istante”), colori autunnali di perdita e scivolamento verso l’autoreferenzialità (“il mio corpo non si veste più di voglie”).

Insomma, se volete, criticate pure la “Whinehouse dei poveri”, ma piuttosto perché imita (meravigliosamente) “Tutta mia la città”.