Povera Karina. Lei ci prova, tutti i giorni, con una buona volontà che forse meriterebbe migliore fortuna, o perlomeno migliori finalità. Eppure, accidentaccio, non le riesce mai di risultare un pochino meno antipatica di quello che è.

Eppure, cavolaccio, ci tenta in tutte le maniere. Prima, si fa iscrivere alla Talpa col fidanzato e col fratello del fidanzato. Poi, complice la conduttrice, si mostra teneramente abbracciata a lui e all’altro, in atteggiamenti come se non li vedesse da anni e qualcuno (che ne so? la Frizziero inferocita) glieli avesse sottratti per mesi e mesi inesorabilmente.

Quando, alla fine, viene il momento di essere confinata in capanna con una famiglia di Zulù, la Cascella finge due o tre svenimenti, una crisi isterica di pianto (che neppure Gassmann nei suoi momenti migliori, intendiamoci), una tragedia di svenevolezze, tipo: “non voglio andare”, “sono troppo fragile”, “lo sanno tutti che sono troppo femminile” etc. etc.

Naturalmente, non dovendo farsi mancare nulla per provare una nuova carriera, dopo essere stata la crudele efferata opinionista di “Uomini e donne”, gioca, complici i due Angelucci, da lei fagocitati peraltro, la carta della famiglia terribile, del padre autoritario, della madre assente, etc. etc., quasi fosse una Tittocchia qualsiasi, che pur di fare carriera e finire su un giornale ucciderebbe (metaforicamente) gli amici, darebbe parenti e affini in pasto ai pescecani, si farebbe operare di fegato, milza e cuore in diretta tv.

Ma sì, pur di sistemare l’insistemabile – cioé un’immagine costruita ad hoc per tanto tempo, con tanta acrimonia, con tanta cattiveria sparsa su uomini e donne, colpevoli solo di non appartenere alla scuderia giusta (quella del bravo Lele) – si DEVE essere disposti a fare il possibile e l’impossibile: anche mettere in piazza i propri panni sporchi, quelli che sarebbe meglio non sbattere sulle prime pagine dei rotocalchi. Ma tant’è. Dopo aver fatto strame della relazione tra la Frizziero e Salvatore, costringendo quest’ultimo a bassezze senza fine per rimanere sulla cresta dell’onda, sfruttando le qualità di Paola, nonché i suoi sentimenti, la Cascella poteva davvero rinunciare, indietreggiando, davanti all’occasione di dimostrare che non è lei ad essere crudele, ma il mondo tutto?

E così, costretta alla convivenza con la famiglia africana, la Cascella s’è tirata su le maniche, ha insegnato “La bambola” al nonno di casa, ha giocato col piccolo per una settimana facendosi ritrarre da tutte le telecamere possibili, fingendo d’essere perfino felice della situazione. Quando, però, poverina, s’è accorta che la messinscena non funzionava, che lei era sempre la straniera che faceva paura ai bambini a casa, e che dunque la conduzione di “Bim Bum Bam” era lontanissima, s’è levata la maschera, cercando di uccidere in diretta la povera Barbara Alberti (guarda caso allontanata nelle puntate successive) perché quest’ultima tentava di dimostrare la inanità del suo gioco mediatico.

Dunque, la Cascella furiosa, come certi eroi dell’epica lelemoriana dei quali ci occuperemo nei prossimi post, ha provato tutto – anche a far fuori Pasquale Laricchia, che più buono di lui non c’è neppure il papa. La produzione ha convinto, così, la famiglia africana ad abbandonare la capanna dove il palestrato pugliese restava solo, per andare a riabbracciare la Cascella.

Cosa si farebbe per i soldi. Perfino, sostenere contro la realtà dei fatti, che Karina è simpatica.