“Queer as Folk” non è la solita serie (sbaglierebbe chi lo crede e la derubrica con faciloneria). E’ lo specchio di un’intera società, non di una semplice sua porzione, talmente colorata e variegata da non poter che essere protagonista in tv. Non si tratta, infatti, semplicemente di raccontare la storia di diverse accettazioni omosessuali, di diverse consapevolezze gay o lesbiche: non è, come siamo abituati da tanto tempo, neppure la commedia degli equivoci tra madre e padre biologici (l’ha fatta perfino Beautiful, con effetti esilaranti, peraltro); non è, o comunque non è solo, l’esibizione del sesso come medicina della solitudine, com’era stato, a suo modo, perfino “Sex and the City”, al quale spesso “QAF” è stato paragonato.

Non è neppure meramente la rappresentazione della tragedia intima di un gruppo di amici (quattro, tra l’altro, come le quattro amiche di “Sex and the City”), alla ricerca di un amore che non arriva, perché non può arrivare, o il documentario sulla vita erotica di una media cittadina americana (Pittsburgh), dove la comunità gay s’è imposta e ha conquistato strade e quartieri, per vivere tranquillamente il proprio stile.

Nelle vicende dei quattro ragazzi protagonisti, in effetti, – il tenebroso Brian che tutti vogliono, il piccolo Michael che di lui è innamorato come potrebbe esserlo di un modello irraggiungibile, il ragioniere Ted che pensa d’essere migliore del mondo muscoloso e pieno di arie che intanto frequenta, il fragile Emmett che non perde occasione per accarezzare il proprio masochismo -, si rintracciano non le caratteristiche sofferenti di un’umanità diversa, che non trova serenità, ma si abitua a buttarsi via, ma quelle di tutto un mondo infinitamente marcio, non moralmente, ma sentimentalmente.

C’è nei loro destini umiliati, come se fosse sempre autunno e il sole non fosse possibile, la cifra di tutta l’umanità, dell’egoismo al quale s’è votata, del qualunquismo che non sente neppure il disequilibrio tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Protagonista è, alla fine dei conti, l’uomo moderno che non può amare, né sentire profondamente le proprie emozioni, perché s’è costruito un sistema di abitudini (non solo sessuali) in cui si mette costantemente in minoranza, perdendosi tutto ciò che significa davvero vivere.

Ecco perché Michael è innamorato di Brian, che non potrà mai avere. Ecco perché distrugge l’unico rapporto che valga nella sua vita. Non è perché Brian sia irresistibile, come una tentazione luciferina, ma solo perché Brian fa soffrire – è la concupiscenza del dolore che spinge Michael a legarsi a lui. Vittimismo e egoismo diventano le due facce della stessa medaglia: Michael soffre perché gli piace soffrire. L’autunno che massacra il suo cuore è ciò che desidera nel profondo, perché sente di non essere degno di altro che di questo.

Se anche la vita gli concedesse per caso l’occasione di essere felice, non potrebbe far altro che lasciarsela scappare. La sua esistenza ha senso, infatti, solo nella sofferenza, come quella degli altri suoi amici, che consapevolmente scelgono sempre il peggio, perché il peggio è ciò che desiderano.

L’uomo moderno, compreso tra paure e delusioni, è vittima e carnefice di questo egocentrismo antropocentrico, di questo narcisismo che non si può non definire assurdo, perché non è gioia, ma dolore, perché è esaltazione del non-senso, non della costruzione e della forza. Deboli come tutti noi, i gay di “Queer as folk” sono tanto uomini e donne che sembrano facili specchi delle nostre incomprensioni, delle nostre intime contraddizioni, di tutto ciò che ci fa soffrire, perfino quando la società ci autorizza ad essere come siamo, senza applicarci addosso etichette, bandierine, segni di riconoscimento.

L’unico nostro senhal è in realtà il dolore – non il dolore che dà la conoscenza, bensì quello insensato che gode di se stesso.