Luca Napolitano è un cantautore. O perlomeno così ci è presentato dalla fascetta che lo segue quando si mostra in tv, nel contesto del difilippesco “Amici”.

Tra una fascetta e l’essenza, c’è però una certa differenza, come argomenterebbe Platone. L’idea del cantautore, in genere, all’anima anche senz’auriga, fa tornare in mente, volendo visualizzare il tutto in un’immagine, un signore di una certa età, in genere capace di sfornare canzoni come i comuni mortali riescono a respirare. Come mai tutti i cantautori, poi, siano di quella misura, è perché, in genere, solo col tempo e con l’esperienza si riesce a creare musica di un certo tipo, di un certo livello.

Ecco qui il primo importante distinguo che una persona sensata dovrebbe fare davanti a Luca: chi, per la sua giovane età, ha scritto una canzone, e poco altro, forse non dovrebbe neppure accettare di farsi chiamare cantautore. Il che significa, per dovere di coerenza, che alcuni sedicenti cantanti della scuola di “Amici” forse sarebbe meglio che non fossero presentati con un tal roboante titolo, decisamente eccessivo per molti di loro.

Ma tutto sommato tra il cantare e lo scrivere c’è una differenza sostanziale: scrivere è tremendamente più difficile. Occorre non solo sapere come funziona una chiave di violino, ma aver fatto qualche anno, almeno, di conservatorio. Scrivere una canzone senza conoscere la teoria musicale sarebbe come ambire ad essere l’autore del nuovo “Promessi sposi” e non conoscere neppure le lettere dell’alfabeto.

Forse, il successo di estemporanei geni del canto e della letteratura avrà fatto credere anche a qualche simpatico partecipante di questa trasmissione di poter saltare, come Achille dal piè veloce, ostacoli e, come ama chiamarli Jurman, step. Purtroppo, è facile prevedere che chi volesse arrampicarsi lungo questa strada si troverebbe poi, ahimé, a crollare come chi troppo precipitosamente sale.

Ma c’è un secondo distinguo, forse ancora più importante del primo: il Luca che si arrabbia perché Valerio è più bravo di lui, il Luca che rotea gli occhi, come Giove Tonante, e sembra voler fulminare Vessicchio reo di non volergli dare una qualunque maglietta (anche quella rosa del Giro d’Italia), il Luca che da solo s’è innalzato al rango di una Bonannina qualunque, tronfia di se stessa senza apparentemente nessuna ragione, quel Luca lì è un nuovo prodotto della presunzione diventata paradigma, del credersi chissà chi, dopo aver scritto una sola canzone, e magari neppure tanto bella.

Qualcuno dica a Luca che magari il suo nome sarà inciso per sempre nel disco di “Amici” edizione otto, ma che ancora, prima di considerarsi commensale di Laura Pausini o di Giorgia, ne ha tanta, tantissima strada da fare. Così tanta che probabilmente, prima di arrivare, si perderà.

Forse, anzi, s’è già irrimediabilmente perso.

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