Ma, dico io, gliel’avranno detto a quel sant’uomo di Tommasini che sarebbe meglio non sparare a zero sulla Ventura, se poi uno va a lavorare a casa sua, come coreografo e direttore artistico? Ma qualcuno gliel’avrà spiegato che la Ventura non è tipa da farsi triturare mediaticamente e che tra i due sicuramente è a lei che il pubblico darà ragione, se chiamato a prendere parte?

Il coreografo (della Cuccarini, soprattutto, della quale ha anche firmato il bell’insuccesso di “La sai l’ultima?”) dovrebbe, probabilmente, imparare due o tre cose sull’educazione, prima ancora che sul suo lavoro, come ad es. a non rilasciare interviste velenose su coloro che poi saranno i suoi partner sul lavoro. Evidentemente, certuni, se manca loro il talento, hanno dentro di sé a palate la sicumera, oltre che una simpatica lingua-lunga, stile Platinette, seppure con qualche chilo di meno.

Il paragone con la biondissima di “Amici”, tra l’altro, non è così casuale. Si sa che, sotto certi aspetti, “X-Factor” sembra voler seguire le orme più fortunate del programma defilippesco. Ci riesce a corrente alternata, però, senza dare sufficiente spazio alle canzoni (un minuto e quaranta secondi di taglio sono davvero una miseria per raccontare una vita di sacrifici da parte dei concorrenti). L’idea di sottofondo, inseguita moltiplicando le facce dello staff, spesso inutile, pretestuoso e perfino dannoso come si dimostra in questa puntata, sembra quella di voler a tutti i costi ricostruire, seppure su un piano diverso, la “commissione” della De Filippi, senza, tuttavia, averne la sostanza. D’altra parte, accaparrarsi i servigi del Tommasini sembra una risposta, su un piano molto simile, al trash platinettesco in “Amici”.

Il bel Luca, tuttavia, non sembra, sinceramente, all’altezza della sua collega, la quale ha dalla sua parte una velenosità cui il Tommasini non giungerà mai, neppure sotto tortura. Che, poi, lui sia lì soprattutto per creare polemiche per la sua nota litigiosità e non per decidere alcunché, lo ha confessato lui stesso, quando davanti ai suoi collaboratori ha chiesto, appunto, maggiore collaborazione, visto che le idee (balzane) sono le loro e lui, però, si prende tutte le critiche sul palco.

Certo che a pensarci bene, che brutta fine che fa la musica, sempre. Qui di seguito il resoconto della terza serata del programma:

Ambra Marie Facchetti “Ti sento”: la scommessa sulla canzone, troppo difficile, della Ruggiero riesce a metà. Il finale è stracciato, buttato lì, senza tenere la nota più importante. Lo spirito rock della cantante non s’è adattato per nulla alla potenza quasi fisica del pezzo. voto: 6+.

Noemi Scopelliti “Somebody to love”: la cantante continua a sfornare pezzi di bella fattura, seppur vestita indecentemente come una povera hippy scapestrata. Sarà che ha funzionato una volta o due, ma adesso si sta veramente esagerando. Stasera perfino le strisce da indiana in calore. La prossima volta esigiamo il gonnellino da hawayana o almeno almeno qualche treccina rasta. Viva i figli dei fiori. Peace to all, anche a Mara e Simona, poverine. voto: 7-.

Farias “La donna cannone”: una canzone più inadatta non credo potesse essere scelta. In diversi punti, la realizzazione era talmente dissonante che faceva pensare che stessero stonando. E’ stato un minuto e quaranta secondi di tragedia, ivi compresa la voce solista (che stava al testo, visto l’accento meravigliosamente latino, come i cavoli alla merenda). Su questo gruppo si sta facendo, francamente, un gioco al massacro che non piace, a partire dalla Maionchi stessa. voto: 4.

Serena Abrami “Chasing pavements”: non facile cantare, soprattutto dopo una settimana tanto tormentata. Brava, anzi bravissima, anche se meno intensa dell’atteso in alcuni momenti. Torno a ripetere che Serena è sicuramente la migliore del lotto (non solo venturiano): pur tuttavia, stavolta, non è stata all’altezza delle precedenti interpretazioni. Gran parte della responsabilità è della coreografia assai distraente di Tommasini, assolutamente inadatta ad una cantante che non deve fare la ballerina, ma concentrarsi su se stessa, anche chiudendo gli occhi, anche cercando dentro di sé la propria profondità. Sicuramente, in altre circostanze, senza tutti questi fronzoli, Serena sarebbe uscita molto meglio. voto: 7.

Matteo Becucci “Carmen”: peggio del solito. La voce di Matteo sembra maggiormente adatta, colla sua impostazione tenorile, a interpretare “Granada” che la visionaria “Carmen”. Da apprezzare il tentativo di mettersi in gioco, senza musica e saltando sotto il palco. Ci vuole davvero la grinta di un vero toscanaccio per fare l’uomo in quella tragedia di musical da quattro soldi tirato su da Tommasini. voto: 6 1/2.

Enrico Mordio “Jump”: vada per il crooner, vada per il cantante confidenziale, vada per la scelta coraggiosa di un testo non facilissimo, per niente di acchiappo. Ma Enrico avrebbe bisogno, almeno, di essere difeso da quelle terribili ballerine che lo tormentano con un dito dentro la guancia, del tutto in distonia con il ritmo della canzone e con lo stile vocale del cantante. voto: 7+.

Giacomo Salvietti “Bruci la città”: la scelta era già azzardata di per se stessa, quasi fatta per metterlo in viva difficoltà. E lui ci s’è buttato con tutta la sua buona volontà, sorridendo come al solito, senza azzeccare neppure una nota, come al solito. Rispetto alle altre volte, inoltre, non è uscita la sua personalità, proprio per niente. Una vera catastrofe, di proporzioni immani, tanto da farci chiedere che cosa ci stia a fare, lui, sul palco. Stavolta, non si è trattato di non saper dominare le proprie emozioni, o di non riuscire a cantare muovendosi, come gli era stato domandato in precedenza: qui mancano proprio le conoscenze musicali di base, come se non ci fosse stato mai, ma proprio mai, nessuno studio appassionato sulla propria voce da parte del giovane cantante. Ci vuole ben altro per diventare un artista pop di successo. voto: 2.

Sisters of Soul “All around the world”: già le tre hanno problemi di intonazione terribili, poi le facciamo anche cantare da sedute ed infine pretendiamo che facciano armonizzazioni degne di gruppi di ben altro calibro. Ci sono stati vari momenti in cui le tre voci erano talmente dissonanti da sembrare gli stridii di un gabbiano inferocito. Tra l’altro, rispetto alle altre volte, grinta zero e totale calma piatta. voto: 2 1/2.

Daniele Magro “Closer”: molto più interessante nel finale, dove appare più convincente perché il ritmo si sfrangia e lui può fare del suo meglio. All’inizio, nell’inciso, palesa diverse difficoltà nel gestire, contemporaneamente, coreografia e cantato, in un testo difficile, complicato, soprattutto per via della velocità del brano. voto: 8.

The Bastard Sons of Dioniso “Ragazzo di strada”: canzone perfetta, timbro perfetto per la canzone, bell’arrangiamento. E invece è stato un mezzo disastro, tra problemi di ritmo piuttosto evidenti (forse per via degli stop aggiunti alla melodia originaria) e di intonazione, anche e soprattutto nelle parti soliste, venute davvero pietosamente. I tre sono talentuosi, sicuramente, ma essere cantanti è altro da stonare, facendo i rocchettari, checché ne dicano Mara e Simona. voto: 3.