Mino Reitano stava da tanto tempo male. Eppure, nonostante la malattia l’avesse devastato, aveva avuto ancora la voglia di mostrarsi in pubblico, con un sorriso straordinario, quello della purezza del cuore, che tutti gli riconoscevano.

Purtroppo ci sono ragioni che non comprendiamo nel destino di noi esseri umani. Ci sono eventi che non riusciamo a spiegare, perché non possiamo comprendere perché a qualcuno debba toccare un fato terribile, a qualcun altro, invece, no.

Mino, forse, meritava una fine meno dolorosa, per tutto quello che ci ha raccontato col suo grande cuore. Cantautore, quando esserlo non era una medaglia sul petto, snobbato spesso dalla critica per la sua epicità, non è mai stato compreso fino in fondo nella sua poeticità, nel suo essere legato con dolore alla sua terra e alla sua musica. Chi ascolta “L’uomo e la valigia”, vi ritrova tutta la forza e intensità di un uomo che vuole conquistare il mondo, pur venendo da lontano, dalla provincia che sembra un rifugio, mentre qualche volta è solo una prigione. E tutto nella persuasione che prima o poi (in versi difficilissimi perché tutti sdruccioli) “anche gli applausi si spengono/ tenersi a galla è difficile/ tutti gli amici spariscono”.

Forse a chi l’ha visto in questi ultimi anni, Mino sarà sembrato qualche volta una macchietta, perché, in effetti, quando era tornato a cantare dopo tanti anni in cui era stato dimenticato, aveva scelto di mettersi al servizio anche della sua comicità istintiva, tanto ingenua che poteva apparire come un novello Calandrino, quando raccontava le sue opinioni nei programmi di Gianni Ippoliti. E invece Reitano era tutt’altro: autore sì di una canzone retorica (e francamente poco riuscita) come “Italia”, ma anche di “Ciao vita mia”, o di “C’è una ragione di più” (che la Vanoni fece diventare un capolavoro, ma che era soprattutto un parto della sua fantasia musicale), era piuttosto un musicista fecondo, che catturava con la sua originalità, capace di essere struggente come quando scrive per i Camaleonti un pezzo ispirato al “Diario di Anna Frank”, non solo un guitto da palcoscenico, capace di riciclarsi costantemente, pur di restare davanti al pubblico.

Ricordiamolo per quello che è stato: un artista grande, soprattutto di cuore.  

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