Dolcenera “Il mio amore unico”: davvero non originale, con una melodia piuttosto consueta, il pezzo di Dolcenera si segnala per la grinta, oggi radiosa, dell’interprete. Il tema, però, è davvero scontato soprattutto per una raffinata cantautrice qual è lei. Ci si aspetta forse un po’ troppo dalla geniale soffiatrice di successi straordinari come “Com’è straordinaria la vita”. Stavolta, non graffia per niente. VOTO: 6

Fausto Leali “Una piccola parte di te”: si perde, quasi balbettando, in una canzone che difficilmente sente sua (ma che è tragica a prescindere). Leali è stato, e forse potrebbe essere ancora, un grande cantore dell’amore: alle prese con l’amore filiale, fa clamorosamente flop. La melodia, abbinata ad un testo ridicolo (con rime straordinarie come “retta/ fretta” oppure “buongiorno/ di torno”), inizia con un giro armonico che sembra Cristina D’Avena nei suoi momenti peggiori. Se non fosse che gli autori sono diversi, il complesso farebbe credere che dietro ci sia lo zampino di uno svampito Toto Cutugno: purtroppo la realtà è fortemente diversa. VOTO: 5

Marco Carta “La forza mia”:  doveva essere un battesimo del fuoco. Marco canta come se fosse un big da vent’anni, lasciando andare la voce, seppure padroneggiando pericolosamente bene le sue qualità. Testo e melodia sono nel suo stile. Magistrale quando nel finale mostra di avere tanta voce che nessuno al Sanremo di quest’anno gli sta dietro. Dedicato a tutti quelli che volevano distruggerlo (vedi quella simpaticona di Grazia Di Michele, che dovrebbe scusarsi ogni giorno per la malvagità dell’anno scorso, altro che Celentano). Nessuna sbavatura, che potevamo temere vista la sua emotività. Invece, Marco è all’altezza, come nella splendida finale dell’anno scorso. VOTO: 9

Patty Pravo “E io verrò un giorno là”: melodia scenica, di ampio respiro, ma che necessiterebbe una voce ben più potente. La Pravo racconta soprattutto se stessa, da attrice consumata. Il testo racconta invece l’eterno di un amore che scorre pieno anche dopo la morte. Sulla linea di altre prove sanremasche (“Dimmi che non vuoi morire”), ma forse meno originale, nonostante il tentativo di far parlare di sé con la scelta di un tema inusuale. Bellissima quando c’è l’assolo strumentale, il che fa riflettere. Forse sarebbe stata più adatta un’altra interprete, drammatica come la Pravo, ma meno spompata vocalmente. VOTO: 7

Marco Masini “L’Italia”: canzone coraggiosa, con occasionali cadute di stile e battute a vuoto, ma di pieno merito, nonostante la immancabile retorica, che potrebbe far sempre capolino. Fa specie la personificazione della patria come una donna, mai tentata prima. Il precedente è Mino Reitano, che sul patriottismo di genere intessé forse il suo ultimo grande successo di pubblico, pur senza convincere nella vacuità del testo piuttosto brutto. Masini fa un passo in avanti, restando tra l’altro se stesso, piacevole, senza esagerare. Potrebbe essere una sorpresa, vista anche la memorabilità melodica. VOTO: 8

Francesco Renga “L’uomo senza età”: vocalmente straordinario, decisamente in palla, Renga sceglie però una canzone che sembra un’aria da opera lirica, anzi orecchia altre melodie liricheggianti (in particolare, “Tramontate stelle”). L’esito è, da una parte, epico; dall’altra, visti i modelli di riferimento, imbarazzante. Renga stavolta mescola troppo e sicuramente l’impianto orchestrale, tra l’altro bellissimo, non gli giova. Sembra essere tornato indietro: non si vedono tante differenze rispetto ad Al Bano, se escludiamo che Renga risolve in genere le singole frasi a modo suo, tornando indietro di un semitono (l’effetto è tipico praticamente solo del suo modo di cantare). Poco coraggioso, troppo melodico, troppo maurizio-fabrizieggiante, anche se alla sua maniera. VOTO: 7+

Tricarico “Il bosco delle fragole”:  non canta, urla e stona (a parte le prime tre battute). La giuria decide di bocciarlo e non ha nemmeno tutti i torti. Sarà anche un genio, intendiamoci, ma forse dovrebbe imparare a fare il suo mestiere (il canto), oltre che a scrivere. Linea melodica decisamente meno riconoscibile rispetto al precedente e fortunato “Voglio una vita tranquilla”. Il testo fa una impressione positiva: d’altra parte, non è un inno d’amore per la moglie, quanto piuttosto un egoistico autodafé, con alcuni passaggi a vuoto, intollerabili (come le continue ripetizioni, che diventano stucchevoli, forse anche caduta di stile, come quando ripete “domani” sette volte, andando perfino contro la metrica). Forse, senza una vera canzone non bisognerebbe neppure pretendere di occupare un posto a Sanremo. VOTO: 3

Pupo – Paolo Belli – Youssou N’Dour “L’opportunità”: lodevole l’intenzione (l’integrazione possibile tra culture diverse), ma siamo lontani dagli esiti di “Soli al bar”, vero e primo tentativo di raccontare la difficoltà di tutte le disintegrazioni sociali, dall’emigrato all’handicappato, all’interno di Sanremo. La scelta di Mogol come paroliere non giova alla bella melodia inventata da Pupo. Paolo Belli, purtroppo, non azzecca non una nota nella parte che canta da solo. La stonatura di quest’ultimo non giova affatto all’esito finale, cui partecipa troppo poco, vista la parte modesta che gli è affidata nella partitura, il gigantesco Youssou N’Dour. VOTO: 5

Gemelli Diversi “Vivi per un miracolo”: il solito tono cantilenante recupera, nell’anafora costante, i modi della preghiera. Ne viene fuori una canzone intensa, che, nello stile dei GD, accatasta diversi temi, anche contrastanti. La voce guida, tremolante per via di un effetto, rende proprio vivace la forza di un canto forse qualche volta confuso, ma certo sincero. E’ una rentrée questa, tra l’altro dal vivo, molto efficace. Non si fanno neppure triturare dalla potenza della orchestra. Bravi, anche se, da un certo punto di vista, limitati dalla loro primigenia scelta di genere. VOTO: 8

Al Bano “L’amore è sempre amore”: un Al Bano, un po’ ingrassato, un po’ invecchiato, torna alla sua giovanile carriera. La voce sempre splendida gli fa affrontare, con un tocco di modernità, una bella canzone da operetta, un’aria talmente leggera da sembrare un revival dell’Ottocento migliore, mentre è una poesia con accenti perfino contemporanei sulla potenza dell’amore romantico, felice anche quando non viene corrisposto. L’immagine centrale della barca sospesa sull’acqua è leggiadramente espressa. L’allusione, altrettanto leggiadra, al “Cielo in una stanza” è un meraviglioso omaggio. VOTO: 8+

Afterhours “Il paese è reale”: quando si insegue la perfezione, forse si farebbe meglio a cercare una via meno difficile. Cominciare una canzone senza accompagnamento, fidandosi del proprio orecchio assoluto, riesce a Giorgia e a pochi altri. La canzone, presentata al festival, inoltre, non ha una linea melodica precisa, ma troppe spezzature anche ritmiche. Probabilmente, ad un decimo-dodicesimo ascolto ci si potrebbe quasi abituare tanto da capirne i contenuti. Della serie: “sono Italiano, ma mi fa schifo”, poco nazionalistico, ma purtroppo talmente vero da far sorridere che debbano essere i cantanti a farcelo capire. Bello e intenso il finale. VOTO: 6 1/2

Iva Zanicchi “Ti voglio senza amore”: coraggioso tornare a Sanremo con una canzone senza linea melodica, da fare per una buona metà quasi da tenore. Stavolta, però, il mezzo miracolo di “Se fossi un tango” non funziona. Non basta un caschetto à la page per diventare una cantante moderna. Certi manierismi emergono lo stesso. L’intimismo di una canzone “senza amore”, che parla di sesso con una grevità straordinaria, sembra più adatto a Milva, che a lei. Un brutto esperimento, che neppure il finale sentito riesce a riscattare. VOTO: 4

Nikki Nicolai – Stefano Di Battista “Più sole”: ci riprova la signora del jazz impegnato, dopo altri due Sanremo fatti più a modo suo. Stavolta, il tentativo è marchiato Jovanotti e si nota la differenza: il testo è scorrevole, ma intelligente, un’opera di buon cesello, come spesso succede a quel poeta in canottiera che è Cherubini. La Nicolai si trova a disagio con le melodie troppo distese, senza fiati. D’altra parte, a parte qualche occasionale errore, seppure in parti fondamentali della canzone, fa una discreta figura. Inoltre, la canzone è forse la più bella di tutto il festival. VOTO: 9

Povia “Luca era gay”: s’è fatto tanto parlare di questa canzone. Inutilmente. E’ tra le cose peggiori che siano mai state scritte. Una tragedia musicale, ma neppure seria (purtroppo). Si vede che, tornando etero, si perde anche gran parte della inventiva. VOTO: 2

Sal Da Vinci “Non riesco a farti innamorare”: facile canzone che fa presa, anche senza essere particolarmente originale. L’idea è da uno stanco Gigi D’Alessio, alcune espressioni (“in guerra non c’è amore”) sembrano davvero (a parte la logica che le tiene insieme) da baci Perugina (di quelli scarabocchiati però). Nei punti più difficili, il cantante mostra i suoi limiti tecnici (soprattutto sfrangiati tutti i finali di verso; il finale in pianissimo è tragico). VOTO: 7 1/2 (per la canzone), 3 (per il cantante, che, però, ci mette la faccia)

Alexia – Mario Lavezzi “Biancaneve”: un simpatico duetto, anche se Lavezzi è meglio come autore che come cantante, tutto costruito sulla forza ritmica, più che sulle difficoltà vocali (del resto, doveva cantarla Lavezzi da solo, a quanto pare). Certo originale (anche sulla mescolanza, acida, tra le due voci, che alternate non funzionano, mentre mescidate sembrano più interessanti); sulla riuscita, qualche maggiore incertezza. VOTO: 7/8