Raccontarsi fa sempre bene. In questo quadro, anche il povero Povia ha tutti i diritti di raccontare se stesso. Ma ci sono palcoscenici diversi dove far risaltare la propria verità. Perché proprio a Sanremo?

Per stare a Sanremo bisognerebbe perlomeno avere una canzone da cantare, visto che a Sanremo, fino a prova contraria, si canta. E qui sta il busillis di una partecipazione balbettante, senza spessore.

Musicalmente, la canzone “Luca era gay” è talmente sentita che ritrovare modelli per ciascuna frase melodica è un’operazione tanto facile da lasciarla a Striscia la Notizia. Quanto al testo, Povia immagina di essere Jovanotti, ma tra i due c’è una tale differenza che forse è meglio tacerne.

“Luca era gay” non è una poesia, ma un racconto, per quanto vero, per quanto sentito, grevemente prosastico. L’intento è assolutamente didascalico, come se si proponesse non un aneddoto, ma un manuale (ed è quello che irrita di più): di qui la spettacolarizzazione di ogni parola, i gesti dello stesso autore (per cui per dire: “diviso”, allontana le mani; un po’ come se per dire: “passato”, facesse ciao al contrario), il delirante cartello del finale (il cui senso, sinceramente, è impossibile ricostruire, seppure in un contesto dove i segnalatori di significato sono talmente tanti da essere confusi).

Il testo è arraffato, pieno di imprecisioni metriche, costruito su un sistema di rime talmente ridicole che sembrano venute fuori da un manuale di versificazione per poetastri (quella centrale “gay/ lei” è davvero opinabile). Il suo inizio, ancora prosastico (tanto valeva mettere in musica l’elenco telefonico – la “canzone” è ben altro, anche quando è semplice e piana), è illogico: “prima di raccontare/ il mio cambiamento sessuale,/ volevo chiarire/ che anche se credo in Dio/ non mi riconosco/ nel pensiero dell’uomo/ che su questo argomento è diviso”. A prescindere dalla metrica balbettante, che cosa significa questo sproloquio? Forse, si tratta di una licenza “poetica”.

Come quando il sedicente musicista mette di mezzo Freud e non si capisce in che senso Luca abbia studiato psicologia (subito dopo, infatti, passa la maturità… ha fatto l’università al liceo?) e ciò abbia un qualche addentellato con ciò che dicono gli altri (anzi, un inquietante altro che gli dice che “è naturale”, ma cosa? l’essere etero? l’essere gay? l’essere dislessici? il cantare brani che fanno accapponare la pelle, perché, anche quando sono prosa, non si capisce neppure cosa significano?).

Forse, per scrivere (operazione difficile, intendiamoci, più difficile se non bisogna fare retorica spicciola, tipo “Quando i bambini fanno ooooo”), bisogna avere chiaro di che cosa si sta parlando. La verità, invece, che emerge da questa esibizione (perfino con l’attacco sbagliato… a Marco Carta avrebbero tolto il saluto) è che Povia non sa neppure cosa dice (tra riferimenti assurdi e sintassi da segno blù), anche se, incredibilmente, quello che racconta è talmente suo da essere, nella sostanza, autobiografico.

E qui cade necessariamente un’altra critica al Povia non scrittore, ma uomo: perché inventare un fatale incontro sul treno (non a caso, spesso è ripetuto: “Luca dice”, come a mettere uno schermo tra sé e ciò che è cantato)? perché fingere che chi abbia ispirato il testo sia un non ben identificato Luca, quando Luca è Povia stesso? Non sarebbe stato meglio farlo presente al mondo, visto che non c’è niente di talmente strepitoso o scandaloso?

Questa pruderie lascia perplessi perché non sembrerebbe voler difendere la privacy: piuttosto fa immaginare che nel Povia uomo ci sia ancora la nostalgia per qualcosa cui ha rinunciato consapevolmente e cui tornerà, volente o nolente. “Di nascosto”, sussurra Povia, quando il suo “personaggio” va alla ricerca di ciò che gli manca (un rapporto fisico con un altro uomo). Ed in effetti c’è da dire che anche lui continua allegramente ad agire come un ladro che teme di essere scoperto, anche quando, davanti a tutti, sul palco di Sanremo, grida: “Luca era gay/ adesso sta con lei”.