Marco è fenomenale. Chi poteva aspettarsi che vincesse pure Sanremo? E’ ancora un ragazzo, appena uscito dalla scuola di “Amici”. E’ vero che ha un contratto con la Warner, è vero che ha un grandissimo talento, ma vincere il festival alla prima partecipazione non succede molto spesso, soprattutto quando si ha quell’età.

Eppure, Marco aveva ed ha tutte le carte in regola per riuscire a sfondare. Prima di tutto, la particolarità vocale: c’è, per così dire, uno stile-Carta che ora come ora è inconfondibile, una maniera di cantare che è solo sua, assolutamente solo sua, il suo marchio di fabbrica, la sua inconfondibilità, della quale fa parte, in effetti, perfino il suo essere sardo, in un mix che piace, innegabilmente, perché non lo rende uguale a nessun altro.

Ma non basta questo a spiegare “la forza sua”, tanto per parafrasare la canzone che ha vinto Sanremo e che lui ha dedicato a tutti i fan che l’hanno sostenuto e che, in fondo, gli hanno fatto sbancare anche il casinò. Marco, per chi lo conosce, per chi si è abituato ad ascoltarlo e a viverlo, come abbiamo fatto per un anno tutti quanti, è una bella persona, nel vero senso di questa espressione, peraltro troppo abusata. E’ un ragazzo sincero, chiaro, limpido. E’ ingenuo ancora come se fosse nato ieri, nonostante la vita l’abbia plasmato (quando ha vinto, chi altri poteva andare avanti e indietro sul palco di Sanremo senza sapere cosa fare?). Eppure, con tutti questi buoni sentimenti, con il suo sorriso disarmante, Marco ha vissuto l’inenarrabile e questa è la sua vera forza: quella di chi riesce a sorridere nonostante.

Questo è, probabilmente, il vero segreto di Carta: la sua medaglia al valore, il suo talismano, il suo essere sopra le righe senza volerlo, istintivamente, col sorriso come un’arma in più, sconfortante, contro la quale è inutile combattere. Luca Jurman, che di Marco è il mentore, lo sa bene: come ci si fa ad arrabbiare con Marco? E’ impossibile tenergli il broncio.

Marco ha questa abilità – essere sempre se stesso, senza ripiegarsi mai, e quel se stesso è talmente originale e splendido che gli si perdona tutto, perfino gli errori quando li fa, perché fanno parte di quel meraviglioso mosaico che è la sua reale essenza. Ed è così che, anche quando sbaglia un attacco (e lo fa inavvertitamente perfino sul palco di Sanremo, perché si è lasciato trasportare, perché ha cantato col cuore e chissenefrega se ha ripetuto una frase), la direttrice d’orchestra lo guarda con benevolenza, con affetto, sorridendo come se non ci fosse niente da fare. Irrecuperabile perché fortissimo, irrecuperabile perché gigantesco, irrecuperabile perché Marco è Marco, sempre e comunque.

In questo momento di gioia, però, conviene sollevare un piccolo dubbio, che ieri mi ha tenuto sveglio per qualche ora dopo la sua vittoria (e menomale che Bonolis mi ha regalato un festival asciutto, finito ben prima del solito). Se ad “Amici” l’anno scorso non fosse arrivato Jurman, ieri notte Sanremo sarebbe stato vinto da un finto cantante impegnato che avrebbe fatto ripiombare la società italiana indietro di vent’anni sulla strada della tolleranza sessuale, o da un finto clone di Gigi D’Alessio, incapace di mettere tre note di seguito senza sbagliare, con uno stile che definire più antico di quello di Al Bano è poco.

Se ad “Amici” l’anno scorso Marco fosse rimasto solo, senza l’appoggio di qualcuno che credeva in lui e che sapesse prenderlo dal suo lato, oggi grideremmo all’ennesima occasione sprecata, ad un Festival che si avvita su se stesso e che perde, prima ancora che negli ascolti, nella sua credibilità.

Se ad “Amici” l’anno scorso avesse avuto ragione Grazia Di Michele, Marco non sarebbe mai esistito. Non avrebbe avuto tempo e modo di imporre il suo talento. Sarebbe rimasto per sempre una splendida incompiuta, solo perché non era tanto simpatico alla Di Michele.

Se fossimo in Grazia, penseremmo a lungo a come il destino è stato gentile con i nostri sbagli e forse rifletteremmo su come evitare di farne ancora, magari utilizzando l’istituto del pensionamento.

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