Grazia Di Michele è una donna sensibile. Poverina, ci sta tanto male. Ha una sua personalità e, povera infelice, non può stare ferma con le mani nelle mani, aspettando che i suoi ultimi anni siano triturati dalla personalità di Luca Jurman.

Sgomita, poverina, sgomita tanto che alla fine sembra annaspare nel vuoto, visto che intorno a lei si sta facendo il vuoto. E allora, poverina, comincia a gridare: urla la sua offesa, il suo sentirsi umiliata e sbertucciata. L’ha fatto quest’anno tante volte, quando ha visto Marco Carta trionfare, una, due, tre, quattro, cinque volte. Ha sperato di non dover rivedere la stessa scena – Carta che esultava, i suoi pupilli che marcivano nell’anonimato. Eppure, poverina, l’ha dovuto sopportare e sopportare e sopportare.

Mentre si diceva di resistere, ché forza Roma, forza lupi, son finiti i tempi cupi, le è capitato il peggio: altri cantanti di talento, altre voci straordinarie, altri pupilli jurmaniani. E allora di fronte al disastro, alla disperazione di chi non sa dove aggrapparsi per prendere la propria rivincita, ha cominciato a puntare su un qualsiasi puledro, immaginando che fosse di razza, o meglio raccontandoselo per autoconvincersene.

E sticavoli! Aveva pensato di averla finalmente spuntata quando la Stavolo si faceva regalare una canzone da Irene Grandi… Stavolta, s’era detta, ti ho fregato, Jurman! E invece la ggente, la ggente che vota prima le scippa quella simpaticona della stolida Pamelona, poi si incaponisce proprio con la brillante Martina, relegandola sempre agli ultimi posti.

E allora? Dove cogliere l’occasione per dimostrare di esserci ancora, di non essere una ex (come l’ha definita perfino Pippo Baudo, in un momento di grande comicità)? L’unica era aggrapparsi alla speranza di qualcuno che potesse essere considerato, anche solo per un attimo, un suo “allievo”, una sua creatura.

Mario Nunziante è finito così per diventare il suo protegé. Ecco che in quest’ottica la poverina s’è ingegnata a difenderlo, impegnandosi talmente da arrivare a vedere in lui un talento che, ahimé, non esiste proprio. Se l’anno scorso Marco ogni tanto era calante, Mario al confronto sembra intonato come un citofono rotto, o una chitarra scordata. Eppure, quest’anno, improvvisamente, visto che i tempi sono mutati e le convenienze sono differenti, la Di Michele, poverina, si tappa le orecchie e non dice una parola contro i deliri musicali del Nunziante.

Niente, nemmeno una singola parola per stigmatizzare il fatto che tra la musica e il suo alunno c’è un abisso, una voragine dove potrebbe entrare perfino tutta Platinette, ivi compresa la parrucca e l’impalcatura del vestitino che indossa, puntualmente, ogni mercoledì sera.

E allora via a raccontare che “Imagine” cantata da Nunziante è come risentire il coro degli angeli guidato da John Lennon in persona, perché:

Quando canta, arriva la poesia. Così in Imagine. Quando ha cominciato Imagine, io l’ho sentita questa cosa [sostiene la poverina con fare meditabondo e ispirato]. Questa cosa è la capacità di mettersi in collegamento con la propria anima quando si canta. Cosa che ho già detto altre volte che casualmente o non in maniera costante viene fuori in Valerio.

Con questa storia della trasmissione del pensiero, l’infelice ex-cantante si mette sull’allegra strada dei medium, o forse peggio degli Antonio Casanova. Disperata, con un atto da prestigiatore, cerca di nascondere perfino il proprio disgusto per un incipit di canzone difficile da digerire, visto che era tutto stonato: non una leggera imprecisione, quanto un raschiare con un cucchiaio arrugginito il fondo di una pentola bruciacchiata.

Lo dipinge come un capolavoro della musicalità all’italiana, perché, come dice la poverina, è ora di rivendicare che la nostra tradizione ha un valore e Nunziante è un araldo, felice epigono di questo stile musicale. Ma, mentre esalta se stessa guardando al povero Marietto come ad un modo per rivalersi sulla vita, dimentica che nella tradizione musicale italiana ci sono state le voci tenorili, il bel canto per il quale noi siamo ancora famosi in tutto il mondo – e con buona pace di tutti i fan c’è una certa differenza tra il Nunziante e la personalità di un Claudio Villa. Dimentica, la poverina, che la musica italiana è stata costruita da sempre soprattutto sugli interpreti, che a Sanremo se non si sa cantare si fanno figure barbine con cui si sotterrano carriere lanciatissime (eppure lei ne dovrebbe sapere qualcosa…), che i grandi cantautori che “trasmettono” si contano sulle dita di una mano e che funzionano dopo aver fatto tanta gavetta e aver fallito anche determinati appuntamenti.

Dimentica che Napolitano e Nunziante non hanno niente  a che fare con la malinconia di Battisti, con la poesia ruvida di Vecchioni, con la fantasia poliedrica di Dalla, con il blues (che neppure conoscono sotto tortura) di Zucchero. Non c’è niente in loro che possa anche solo ispirare un confronto, un qualsiasi paragone.

Non il guizzo di una scelta di lessico nuova o perlomeno non usurata, non la originalità di un tema nuovo (“Domenica” sembra la stanca riedizione della concatiana “Domenica bestiale”, mentre “Vai” ricorda per tanti versi “Io me ne andrei”, senza averne i pregi), non la forza o l’energia di un’idea.

Ahimé, siamo alle solite. Manca, e la poverina se ne deve dare una ragione, il talento.