Per aver spostato i termini di quel che significa cantare, per aver dimostrato che anche la mia vicina ottantenne potrebbe avere un futuro nella musica, per averci dato momenti forti di ilarità e gioia inconsulta, per aver raccontato con impareggiabile bravura che il “cuore” possiamo avercelo tutti, anche lo zio Ciro, tutti dovremmo dirti grazie.

Grazie perché senza di te non avremmo capito quanto la Di Michele può essere stolida (la Scarponi al confronto sembra Einstein e il maestro Palma un futuro premio Nobel). Grazie perché senza di te come avremmo capito che la commissione è composta da gente livorosa e piena di sé tanto da sentenziare che tu ce l’hai il talento, mentre altri, sticavoli, manco pa’ capa?

E allora, cosa c’entra se non sai cantare neppure “Buon compleanno a te”? Cosa c’entra se ascoltata su cd la tua canzone (“Domenica”) sembra ancora più piatta e inascoltabile che dal vivo (il melodyne prende, il melodyne toglie)?

Cosa c’entra se potevi arrivare addirittura in finale e invece, grazie al cielo, Maria (gliene renderemo per sempre grazie) l’ha evitato? No, no, grazie Mario, grazie davvero: tutti noi siamo felici che tu abbia avuto gli onori della resa, che tu sia uscito così tardi (magari al tuo posto ci fosse stata Silvia Olari, ma tant’è), perché così ci siamo resi conto di tutto.

Poteva essere che fossimo tutti deficienti a credere che Karima cantasse meglio dell’Angelucci e che Marco Carta fosse più bravo del duo Bonanno-Maione. E invece, invece no (come canterebbe la Pausini). Invece, adesso siamo sicuri che chiunque ti abbia fatto qualche complimento, anche di straforo, l’abbia fatto per indulgere al massimo grado nel buonismo. Il resto del mondo, dal canto suo, non te ne potrebbe fare nemmeno sotto tortura.

Grazie, allora, di esistere. Almeno ci siamo tolti un cruccio: non siamo sordi.