Della turbolenta schiera delle due G, sono rimaste solo le legioni napolitane, e non è un errore di spelling. Un po’ alla volta, la ragione ha avuto la meglio sulle argomentazioni tragicomiche di Di Michele-Scalise e il televoto ha distrutto la loro piramide di paura, costruita spesso sull’anti-jurmanità.

Dall’altra parte, invece, ci sono ancora Valerio e Alessandra a tenere alto il pennone dell’altra scuola di canto, quella che per ora ad “Amici” ha realizzato talenti e, a parte le vittorie interne, ha conquistato qualcosa anche fuori (il festival di Sanremo, tanto per dirne una).

La Di Michele ancora oggi, ovviamente indispettita, ha ricominciato con i suoi piagnistei, che avrebbero più senso se fossero sostenuti almeno da una qualche credibilità. Poverina, l’ha persa tutta da qualche parte, chissà perché. Se lo chiede sempre ed allora, povera donna, infelice maschera tragica, comincia ad accumulare tanta rabbia che non riesce a concettualizzare.

E così, ora, mentre si attacca mestamente all’altrettanto mesto Napolitano (forse l’unico napoletano senza colore), si scaraventa ancora una volta contro Jurman perché è stato silente durante la scorsa puntata. Insomma, neppure così Luca è riuscito a evitare gli strali della sua acerrima nemica, che, poverina, non ha ancora capito che, comunque vada, la sfida è già stata persa, su ogni livello, dovunque, sia nello scontro diretto sia nello scontro indiretto.

Ma tant’è. Ora si aggrappa alla canzone napoletana che la Amoroso e lo Scanu avrebbero, a suo sentire, ridicolizzato. Pensa un po’! Ed invece, se qualcuno la ridicolizza, quello è stato proprio Luca, che, quando ha interpretato i capolavori della napolitanità canora, l’ha fatto senz’anima, sterilmente, come fosse una macchietta, non un cantante. Perfino in “Tamurriata nera” Luca è stato così così, senza metterci niente di suo, quasi facendo stancamente il verso a Merola, o a Gigi D’Alessio.

Purtroppo, per cantare in napoletano, non basta essere napoletano, come ha dimostrato in tempi non sospetti Mina, tanto per citare un nome a caso. Per dare una lettura credibile del testo in dialetto, invece, occorre la voce, prima di tutto, quella che il Napolitano, per quanto pompato da una parte o dall’altra, non ha, proprio non ha.

Quello che ha invece il povero Luca è quell’aria malinconica che poi tanto malinconica non è: è strafottente, maleducata, fintamente gentile, piena di tanto, troppo livore. L’infelice ha dentro di sé qualcosa di represso – la sensazione di essere sempre inferiore a qualcuno, quello stesso distruttivo sentimento che l’anno scorso ha condotto a tante esagerate esternazioni la Bonanno.

Luca, così, si pone sulla sua stessa strada, fatta di odio, di rivalità, di incomprensione: crede di avere sempre ragione (del resto, s’è presa accanto una ragazza con cui può fare giusto da ventriloquo, usandola come un pupazzetto che gli dice sempre di sì), si racconta un suo mondo dove la logica non ha senso e dove lui può fare come vuole, mentre gli altri (Valerio, Pedro, Alessandra, perfino Silvia) devono solo piegare la testa di fronte a lui.

Per cui Pedro è un maleducato quando risponde ai professori, mentre lui si può permettere di fare il bello e il cattivo tempo, dando, per dirne una, del televisivo a Jurman e ai suoi alunni. Per cui Valerio, quando sostiene sommessamente che fargli cantare “Tamurriata nera” è forse un po’ una bastardata, è uno scostumato, mentre lui può intonare giaculatorie anche quando gli chiedono di interpretare, che ne so?, “Happy birthday to you”, solo perché, sticavoli, è addirittura in inglese. Ma, poverino, se n’è accorto in semifinale che ad “Amici” si canta in lingua? Si vede che la Scalise, mentre lo guardava negli occhi intensamente, non gliel’ha fatto notare, presa com’era da altro.

Povero Luca: davvero ci siamo tanto dispiaciuti tutti quando non ha preso una nota che era una in “Via”. Non che prima ci avesse lasciato estasiati dal suo talento, ma a quel modo quasi quasi perfino Mario poteva cantarsela. E parliamo di uno che stonato ci è nato.

Consiglieremmo davvero al Napolitano di parlare di meno, così da rendersi meno antipatico, di pensare all’arte e meno alla vittoria, ché intanto non è che così facendo se la conquisterà, e soprattutto di smarcarsi dall’asfissiante abbraccio della Di Michele.

Advertisements