Non va benissimo, a quanto pare, e c’era da aspettarselo, l’ep di Mario Nunziante. Infarcito di pezzi suoi, piuttosto debolucci, spesso senza linee melodiche, si tratta di un disco non irrinunciabile, se non per i fan molto molto a lui legati. Le canzoni, purtroppo, anche al secondo o al terzo ascolto, al massimo, sembrano copiature di refrain già ascoltati, già sentiti. Ma vediamo di raccontarne una per una.

Solo: tentativo non riuscito di ballata. La voce spesso si perde, visto che non ha tanta agilità per seguire il ritmo, relativamente convulso.

E’ abbastanza scontata la propensione all’anafora (qui quella del verbo passare, che insiste in tutto il brano, facendolo diventare una specie di ingustabile litania), peraltro confermata, seppure con altri verbi, altrove. Moltissime battute a vuoto nel testo, che definire poetico è eccessivo, mentre è spesso già orecchiato. Il cantautore racconta la sua paura di andare fuori di casa, ma quando la canzone dovrebbe essere di critica verso il mondo crudele, diviene al massimo ridicola, tanto che “Cara terra mia” di Albano sembra un capolavoro: “Il mondo sembra una discarica ed ho paura anche di respirare/ Ed ho paura sai di farti male/Ed ho paura quando vedo fuori violenza senza razionalità” (quest’ultimo verso, tra l’altro, non è neppure in metrica). Troppo pedissequo e terra-terra per essere davvero simbolico. Il grido strozzato, senza che ci arrivi davvero la voce, la quale si spezza tragicamente, con il quale Mario sostiene che tornerà (evidentemente a casa sua… ma poi improvvisamente sembra che sia una persona alla quale sta urlando), è im-ba-raz-zan-te.

Adesso: stessi accordi iniziali della canzone successiva, seppure con ritmo diverso. Insipido, piuttosto scontato tutto il tessuto. La voce, proprio quando canta: “Ci son momenti in cui vorrei sparire“, sparisce letteralmente, sommersa dalla musica. Assurdo il coacervo di parole che emergono subito dopo, senza una sostanziale logica (va bene che sono solo canzonette, ma non è che il senso comune debba per forza andare a farsi friggere): il ritornello arriva troppo presto e allora si itera fino a diventare trito e ritrito. “Adesso, adesso che sono aria gelida,/ che sono io, che sono musica“. C’è da lambiccarsi nel cercare di capire che cosa significhi questo (fondamentale) distico: cosa c’entrerà l’aria gelida con la musica? Mistero gaudioso. Più o meno come quello per cui questo disco è stato pubblicato.

Ogni istante che vivrai: la canzone più importante dell’ep inizia anche benino, ma si perde in una seconda strofa quasi inascoltabile. Bisognerebbe decidere se scrivere su un piano metaforico o con linguaggio naturale. Il continuo muoversi tra i due registri dà il senso di una costante indecisione. In tutta questa indecisione, sembra che il messaggio sia che è bene accontentarsi di ciò che si ha, senza andare a cercare improbabili felicità al di fuori del proprio guscio (immagino familiare). Il viaggio è derubricato come un tentativo di crescere, ma è nello stesso tempo perdita di tempo. Per cui molto meglio “tornare”, tanto per usare un verbo che al Nunziante deve piacere molto, visto l’uso particolarmente frequente che ne fa. Il finale del ritornello, dove ancora si ripete, fino allo sfinimento, “istante”, declinato in tutti i casi, tipo declinazione di rosa, rosae, ha il pregio d’esser ricordato facilmente. Purtroppo, è l’unico pregio che ha.

Nonostante le assenze: tra le poche cose ascoltabili di questo ep, nonostante la voce svociata del Nunziante, questo titolo è pregevole. Peccato che ci vorrebbe una voce capace di maggiore articolazione, che tentasse un rapporto meno scolastico con le parole, davvero ispirate (particolarmente interessante l’antitesi: “ferite aperte da parole chiuse dal tempo”, che ricorda, vagamente, la poesia petrarchista). Fa specie che, nonostante le belle scelte stilistiche, tornino anche qui alcuni topoi comuni della scrittura di Mario: le passeggiate la domenica sul mare (ci siamo un po’ stufati: almeno falle di sabato), le lenzuola stropicciate (delle quali ammorba diversi versi di “Ogni istante”), il ritornare, che anche qui fa la sua comparsa, prima che la canzone si perda un po’ in alcuni gorgheggi (in Mario piuttosto insipidi) poco prima della parentesi che chiude (meno brillante, invece, sempre sul tema del ritorno, il verso: “che torni ieri, dove non c’eri”). Se il testo fa la sua figura, meno persuasiva sembra la melodia.

Il conduttore televisivo: parodia del conduttore lampadato (presumibilmente Carlo Conti), sfruttato dalle donne, ma desideroso di qualcosa di più del sesso mordi-e-fuggi, forse addirittura di un amore. Linea melodica a marcetta, qualche gigionata, ma poco di più: non c’è traccia di satira, non ce n’è neppure un’ombra. Il tutto si perde in una inutile serie di paroline e parolone, senza una reale struttura che costruisca qualcosa di più di una canzone-barzelletta.

Non ti muovere: nessuna pretesa per una semplicistica canzoncina da periferia, di quelle che potremmo scrivere tutti, senza colpo ferire. Qualche buona scelta stilistica, soprattutto nell’incipit, che sembra di buona fattura (“io e te/ in questa sera di parole/ di gente alla finestra/ e suoni per le strade”). La seconda strofa è invece meno forte. Scontate quasi tutte le invenzioni: dalla fotografia per la quale non bisogna muoversi (Tiziano Ferro), alla domenica d’estate con la solita passeggiata (ancora nunziatesca-concatiana, ma dico io, ‘sta povera fidanzata deve sempre sorbirsi il lungomare? Consiglio qualche volta la Sila… soprattutto d’estate fa più fresco).

Bisogna poi dire che nei due testi più convincenti (“Nonostante le assenze”, “Non ti muovere”) Mario è stato sostituito. In particolare, il primo è di Bungaro (complimenti al poeta). Per il resto, anche registrata la voce del Nunziante palesa i problemi già sentiti molto chiaramente durante le dirette. Poca forza, poco tono, molte battute a vuoto, difficoltà a cantare a ritmo, nonostante la dichiarata propensione al rap, che poco c’entra con il suo stile molto “relativo”.

“Non ti muovere”? No, meglio “Non acquistarlo”.

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