Non ho mai avuto una grande opinione di Martina Stavolo (forse sono stato anche screanzato quando ho inventato per lei il soprannome di Mentolina) e continuo ad avere qualche remora a parlarne, perché non sempre, durante la sua esperienza televisiva, è stata limpida nei suoi atteggiamenti.

D’altra parte, le riconosco un miglioramento straordinario, nonostante il minore talento canoro rispetto alle altre cantanti di questa edizione di Amici, nonostante la terra bruciata che le è stata fatta non solo da Jurman, che invece alla fin fine non l’ha maltrattata, ma da quelle simpaticone di Grazia e Graziella (tra l’altro, mi chiedo davvero che ci stiano ancora a fare quelle due in commissione… cosa dobbiamo fare per farle cacciare? chiamare la croce rossa internazionale, avvisare i marines, far intervenire direttamente l’ONU?).

Ed invece, a dimostrazione che sono, checché ne pensi qualcuno (in particolare, quegli sgarrupati dei fan di Mario Ronf Nunziante), in grado di farmi opinioni spassionate, vengo qui a raccontare tutta la mia ammirazione per un disco, “Due cose importanti”, intelligente, ben fatto, pieno di bei pezzi (a differenza di altri, che grondano ovvietà e soprattutto scarsità di talento – il riferimento è ben poco larvato, giusto per chiarire).

Bisogna fare l’amore: ritmo trascinante per una canzone (sicuramente la migliore dell’album) molto irriverente, dal testo ironico e anche un po’ amaro. Gli uomini sono tutti dei bastardi: preferiscono parlare (ma insomma… che uomini conosci?), fare distinguo, raccontarsela… mentre la soluzione ai problemi della coppia è nel fare l’amore, anzi “farlo per ore”. Romanticismo fuori luogo (“non me ne frega niente/ neanche di cosa pensi”) per un uomo incostante, anzi “inconsistente”. La metafora dell'”aria gelida” (evidentemente molto amata dagli autori di canzoni per “Amici”) qui ha ben altro senso che in altri album, cui non faccio riferimento perché non amo sparare contro la Croce Rossa: “qui c’era aria gelida, gelida/ qui c’è terra arida, arida, arida”. L’insistenza sulle sdrucciole si stempera nell’invito perentorio a lasciarsi andare, senza tanti sofismi, alla propria libido.

That is what u get: un altro gran pezzo, in inglese, tra l’altro ben dominato (a differenza di altri, che dovrebbero andare perfino a scuola di italiano… altro che Englishstyle…). Belle vibrazioni in un tormentone gentile, ma assai stiloso. Non c’è differenza nell’esito finale da alcuni bei successi degli anni Ottanta. Martina dimostra di essere all’altezza di una prova non facilissima, quella di tenere il ritmo, restando se stessa. La voce è sicuramente aiutata da una bella scelta di cori, ma il risultato è davvero pregevole.

La mia presenza: come “Bisogna fare l’amore”, anche “La mia presenza” è scritta da Federica Camba, che è la geniale autrice di “Due cose importanti”. La canzone racconta di un altro difficile amore, nel quale le illusioni di chi canta sono spezzate da qualcuno che non prevede, nel suo futuro, “la sua presenza”. Il desiderio, forte e unico, che li legava sembra abbia lasciato solo le macerie. Sono le contraddizioni del sentimento, per cui ci si sente “sulle stelle a passeggiare”, ma poi si resta “sottosopra” e tutto viene spazzato via, ivi comprese le speranze. E a chi resta, invece, fedele a ciò che è stato, non rimane altro che dire che “tutto cambia in un istante/ e da vicino sei lontano”, con tutto quel che, di tragico e comico insieme, può portare con sé la passione amorosa. Pur nello splendore delle scelte stilistiche, la voce della Stavolo è meno persuasiva qui che altrove: è vero che il pezzo è amaro, ma forse più disperato di quanto non fossero gli altri due. Troppo sguaiata l’interpretazione, che invece dovrebbe restare su livelli diversi, toccare note che possiede la sua voce, come mostra, seppure con qualche incertezza, nella cover di Heaven.

State your case: scritta da Diane Warren, la canzone parla di un terribile scontro tra una donna, presumibilmente tradita, e il suo uomo, che viene invitato a discolparsi, visto che è stato visto in atteggiamenti intimi con un’altra. Il pezzo è naturalmente nella migliore tradizione della Warren, che confeziona un altro sicuro successo. Martina ci sta dentro, con naturalezza, ed è la cosa più importante – al servizio del testo, non contro o sopra il testo. Nonostante l’apparente allegria del ritmo, “State your case” è un grido di dolore di chi cerca di ricordare a qualcuno che cosa è stato prima (“and you got a lot to lose/ and it’s a crime to lie to me”), mentre dall’altra parte c’è chi neppure sembra voler difendersi – da qui il tentativo di salvare quello che resta, sperando di trovare un “ragionevole dubbio” e sperare ancora. La metafora continuata del tribunale è disattesa dall’atteggiamento del giudice, che, invece che inchiodare sulle responsabilità, spera di trovare una prova a discapito. Accattivante la melodia.

Due cose importanti: già un successo in “Scialla”, anche nel suo primo ep, la Stavolo offre il posto d’onore alla canzone che è riuscita a scippare a Silvia Olari (sinceramente non so quanto a ragione). “Due cose importanti” è un pezzo difficile, perché sentito, profondamente, da chi l’ha scritto: c’è un interessante mix tra serietà, ovvietà, ritrosia, sensualità, tentazione. La storia è sempre la stessa: una donna semplice, innamorata, che sa di sbagliare a ritornare con un uomo che l’ha desiderata, ma l’ha abbandonata, al solito, novella Arianna. Ma l’eroina crede di poter ritornare ad essere importante per lui, che, invece, preferisce andarsene, senza capire, stare zitto, senza voler chiarire. L’amore è una terribile malattia, che si fa sentire di più nell’assenza, nel terribile vuoto “che lasci quando smetti”.

La Stavolo mostra d’essersi liberata da certe incrostazioni dimicheliane, di certo bel canto un po’ superato, e di saper affrontare anche scelte stilistiche nuove, più originali. In questo contesto, perfino “Due storie importanti” sembra prendere nuova forza, rispetto alle prove meno incisive offerte durante il programma. C’è come una considerazione più forte dei propri mezzi, una coscienza nuova, che va salutata certamente come una buona notizia.

Insomma, la maturità di questo disco, solcato da scelte anche coraggiose, dimostra che almeno Martina s’è salvata dall’insopportabile melassa delle due Dis-Grazie.