Qualche tempo fa, m’è successo di parlare di “Fino all’anima”, il singolo scritto da Nek per Silvia Olari, una canzone pregevole, piena di forza e cantata magistralmente. La voce della Olari è una sicurezza, piena di sfumature, in grado di emozionare come dal vivo così anche su disco.

Non a caso, tra i cantanti di “Scialla”, lei è presente nel disco con ben tre canzoni da lei interpretate, e riprese in parte nel suo bellissimo ep (“Raccontami di te”, “Wise girl”).

La nota dominante di questo lavoro è una struggente malinconia, che conferma la scelta di motivi tristi e drammatici operata nella compilation di “Amici”: dalla donna tradita, che finalmente si rende conto di quanto il suo uomo l’abbia lasciata sola con la scusa del lavoro e che però, nel lasciarlo, acquista una nuova coscienza di sé (“Wise girl”) alla meditabonda fanciulla che ricorda il suo vecchio amore, cui ancora chiede di prenderle con tenerezza la mano, tanto che forse potrebbero ricominciare (“Raccontami di te”), dalla donna fatta che si accontenta del tempo che le verrà offerto dal suo amore momentaneo, anche se vorrebbe fermarlo, nelle sue stanze d’anima (“Tutto il tempo che vorrai”, che però non è ripubblicata nell’ep) alla donna che canta con leggerezza la sua voglia di aria, di sogno, fors’anche di illusione (“Apro le mie ali”), dalla donna matura che sembra più annoiata che angosciata nel lasciare andare un amore che non vuole e che non vuole capire (“Che posso darti ancora”).

Quando canta la sua disperazione o la sua umida malinconia, il suo fragile cuore pieno di sensi, o quando ironicamente ringrazia il traditore sempre in ritardo la sera di averla resa saggia, Silvia dà il meglio di sé: l’umbratilità della sua voce è talmente congeniale a questo contesto da mescolarsi abilmente alle parole, facendole risaltare nella loro crudezza, o nella loro tenerezza, o nel loro suadente invito.

Il motivo migliore sembra essere “Rivoluzione”, un titolo pretenzioso per una ballata triste e poderosa su un amore che finisce, crudamente: tutto sembra essere portato via, in un attimo, “affondato nella sabbia”: quando la voce di Silvia si lancia in un urlo, è perché non ricorda solo ciò che ha diviso con chi l’ha abbandonata, ma perché il suo orgoglio, “sventato dalle lacrime”, non le vuol far credere che tutto, ma proprio tutto sia perso.

Non c’è in questo ep un solo stile o una sola canzone degna d’essere ascoltata. E’ un percorso di emozioni piene, non solo musica, non solo tecnica musicale, ma “parole che sono attimi” che restano per sempre, seppure nella convinzione che “vivere è accettare che siamo gocce perse in mezzo al mare”, o che aspirano a cancellare tutto il resto, in una esplosione di sola passione (“bastasse una parola/ per distruggere/ ogni cosa intorno a noi”). C’è una linea poetica riconoscibile, come se tutto il disco fosse non solo legato ad una sola voce, ma anche ad un solo autore: l’idea dell’illusione della musica e delle parole, capaci di vivificare il nostro mondo, di renderlo vivibile, finalmente. La musica è una “occasione/ per andarmene da qui”, rispetto alla quale perfino l’amato è solo un motivo per fermarsi, anche se sarebbe bello “cambiare la realtà:/ del resto posso farne senza,/ portami via da qua”.

La Olari, dunque, aiutata da testi particolarmente forti, aiutata anche dal suo talento e dalla guida di Luca Jurman, che partecipa al disco, anche in veste di produttore, è protagonista di un album già adulto, senza pecche, forse il migliore, assieme a quello di Valerio Scanu, e il più originale, frutto di una personalità già creata, ben delineata, di musicista, oltre che di cantante.

L’abilità nel calarsi nelle varie interpretazioni di donne deluse e nostalgiche, piene di cuore e di forza, è infatti già quella di chi ha vissuto la sua vita, di chi non deve inventarsi uno spessore culturale, perché l’ha già conquistato, con la passione del suo fare musica.