“Sussurro parole inutili”, se lo diceva da tanto tempo. “E dov’è lei, che ho lasciato alla fermata del bus davanti ai bagni Marinella? Cavolo, me la sono dimenticata”. Eppure era bionda, era bella, era lei. Insomma, l’unica che ci credeva.

Quella poverina, se la ricordava ancora, quando ancora i call center non l’avevano fatto diventare un mezzo idolo di carta, ma non di MarcoCarta-che-quello-era-figo-anche-in-foto. “Non ti muovere!”, gliel’avevano detto di non muoversi, mentre si faceva quella foto da lampadato per la copertina di Play Girl. Si era spogliato per non farsi dimenticare. Eppure, l’avevano dimenticato, azz (‘ste fan del picchio).

“Ora, però, amore mio, sto tornando! Non sarò più solo! Sarò dentro ogni respiro che vivrai!” (azz, forse non poteva essere così scontato: oltre tutto, poverino, l’aveva talmente sfinita con ‘sta storia del lungomare, che lei l’ultima volta aveva detto: “E pensare che piangevo quando tu eri entrato alla scuola! e invece quella era la mia fortuna, ché Gennariello, invece, mi porta anche al cinema!”). Soggiungeva tra i denti: “C’è un mondo speciale dentro di me” e intanto mentre se lo diceva caricava la cerbottana dei suoi sentimenti illusi e delusi.

Ma lei l’avrebbe capito? Lei avrebbe perdonato la sua sensazione di aria gelida? “Sai, lei in macchina non voleva neppure il condizionatore…” Ora, in preda a crisi di identità che al confronto Dr. Jekyll era un dilettante, si diceva: capirà che ho dovuto lasciarla? Che altrimenti il marketing non funzionava? Che ora, invece, che tutto era finito (forse neppure era cominciata), ora gli restava solo lei? (non l’aria gelida, ma lei, cavolo!).

“Ah, povero me, così cuccioloso e tenero”, si diceva. Invece di ingrassare dozzine di call center, poteva, che ne so?, fare un regalino a quella signorina, che gli voleva bene. Poi, s’era lasciato prendere da quella macchina tritatutto: i concerti (c’erano venuti i suoi parenti, e neppure loro tutti, perché qualcuno aveva preso la scusa della diarrea fulminante), i dischi (ne aveva scritti trentatré, e trentatré aveva venduti, tutti alla Di Michele, che, s’era poi saputo, aveva avuto una forte otite ed era completamente sorda), gli aeroplani che lo portarono negli USA (doveva cantare per Obama, ma non gli avevano detto che era un tizio a metà della diciottesima avenue di St.Mary’s Church, sperduta cittadina del Maryland).

E lei, in tutto questo vivere di parole d’amore sussurrate a qualche fanclubbista, s’era inabissata. “Io ho un sacco di fan”, s’era detto: “che me ne faccio di … lei?” Poverina, s’era messa a piangere quel pomeriggio. S’era messa a frignare. E lui già lì s’era ripetuto: “Guarda quella faccia di soppressata e nduja, invece ch’essere contenta per me, mi invidia! MI INVIDIA!”

“Io ho dalla mia parte un sacco di persone”, s’era detto. Poi, vabbé, erano i familiari e qualche addetto di call center, ma lui s’era preso ‘sta scuffia del rimanere per sempre nel mondo della musica, leggiadro compositore, e scrivere per Vasco Rossi, Gigliola Cinquetti e Cristina D’Avena. Insomma, gli era andata male con tutt’e tre, ma Cristina gli aveva fatto, con grande gioia sua, un autografo. Ora, quella firma era a casa sua sul camino, accanto a qualche disco di cartone.

E ora che era rimasto solo, in mezzo alle lezioni di canto andate a male e messe da canto, s’era ricordato di lei, di quella che lo sopportava mentre strimpellava qualche rima inutile su una chitarra… Quante canzoni aveva scritto per lei! Erano tutte schifezze, ma lei le cantava: mica se n’era andata inorridita, come quella Gigliola, che per aver vinto un Sanremo si credeva di poter fare quel che voleva! (ed infatti aveva quasi quasi vomitato sullo spartito).

Ah, ma adesso con lei torneranno i magici giorni! “Ero secondo, ca***! E mi hanno estromesso!”, si raccontava per l’ennesima volta. Purtroppo, quello era stato il magico acme di una inutile, piccola carriera, costruita su compromessi, su nasalità insistite (“e smettila di respirare così”, gli diceva inutilmente la maestra di canto; e lui: “ma io c’ho il cuooooooooore! ma io c’ho l’interpretatsioooooooone!” e lei: “ma sembra che al posto delle corde vocali tu abbia cartavetro!”), su errori e pressapochismi (“e vabbé, anche se ho sbagliato qualche nota, nessuno l’ha… notata!”, mentre intanto una massa di spettatori protestava inviperita, avendo pagato il biglietto dell’ultima festa dell’Unità a Pozzano Calabro di Sotto, frazione di Miliario, frazione di Cicinnopoli, frazione di…).

E quando, poi, era finito alla sagra della pastasciutta amara di Culicchioli, prima dell’orchestra di liscio Peppino e i Peppinielli e dopo il numero di magia dell’immarcescibile mago Osvaldinho, che era un amante della musica brasileira, aveva intuito vagamente, nonostante il piccolo Q.I., che forse, ma solo forse, era davvero finita e doveva tornare indietro. Da lei. Da lei. Da lei…

Ed ora eccolo là davanti alla sua porta. Bussa, chiama, urla il suo nome. Lei scende. Lo guarda. Sorride. Lui: “Questa sera di parole…”. Lei: “Eh no, non farmi di nuovo tutto l’lp”. Lui: “Ma m’ero preparato anche “Tamurriata Nera”.” Lei: “Ma quello non era Napolitano?” Lui: “Fammi fare qualcosa, ti prego!” Lei: “Tu vuoi uccidermi.”

Lui allora tirò fuori la macchina fotografica. Lei gliela prese. Lo portò su quel ca***io di lungomare (tra l’altro, ironia del momento, era domenica e tutti erano vestiti “alle mode”). Gli disse: “non ti muovere”, mentre lo lasciava proprio là davanti al porticciolo. Lui era contento, soddisfatto: era tornato alla sua vita di sempre.

Lei andò indietro, di qualche passo prima. Ripeté: “Non ti muovere”. Lui non si mosse.

Lei andò indietro, ancora di più. Ripeté a voce più alta: “Non ti muovere”. Lui obbedì, era pur sempre la sua donna.

Lei rinculò ancora, ancora, ancora. Non lo guardava più, ma stava correndo. Gridò: “Non ti muovere”. Lui ebbe un barlume di intelligenza e, colto da ispirazione divina, si guardò indietro.

Non fece in tempo a farlo che lo tsunami se lo portò via.

Le sue ultime parole furono: “Domenica ti porto al mare”.