Non del tutto disprezzabile, l’album di Napolitano, dal titolo “Vai”, uscito ormai da qualche tempo e peraltro perfino in classifica. Non si tratterà di un enorme successo, ma certamente le vendite gli hanno dato, perlomeno in parte, ragione.

Diverso è il giudizio che, però, si deve dare riguardo alla sua maturità di cantante e di autore. Il disco appare, in effetti, da questo punto di vista, piuttosto debole: Luca ne esce piuttosto male, incapace di sfumature nel canto, dove è spesso piuttosto scontato, con scelte che non sembrano all’altezza delle parole con cui è sempre stato presentato (dove sarebbe quest’emozionatore, di cui millantavano le sue insegnanti? dove sarebbe questa dote interpretativa, qui francamente molto al di sotto perfino delle possibilità messe in luce durante il programma?).

Quanto alle sue presunte doti cantautoriali, urge sottolineare che il disco è scritto, in effetti, da altri soprattutto e non dalla sua penna. Gli inediti alla fine di sua mano sono due, uno dei quali sentito e strasentito (e perfino parodizzato) durante la trasmissione, e tra l’altro cantato molto meglio da Valerio Scanu.

Bella come sei: scritta da Federica Camba e Daniele Coro, la canzone ha un impianto solido, ma poco originale, ispirato allo stile largo, ma qui diventato monotono, di “Destinazione paradiso”. La storia raccontata non brilla certo per novità e scelte stilistiche, nonostante l’espressione “siamo persi di luna”, che ha una certa plasticità emotiva, particolarmente stridente con il titolo, che invece è di una banalità sconcertante e sul quale finisce, poco in gloria, tutto il pezzo. La voce di Napolitano non aggiunge molto: piatta, scontata, senza nessuna differenza rispetto ad altre canzoni, che invece vorrebbero una interpretazione diversa.

Forse Forse: scritta da Lorenzo Imerico e Roberto Pacco per Marco Carta, quest’anno è stata riciclata per il Napolitano, che però rispetto a Marco ha un talento minore interpretativamente parlando. Racconta una terribile convivenza tra due amanti che non riescono più a comunicare. La loro vita insieme è tragicamente arrivata alla fine. L’invenzione della loro foto insieme, forse mai scattata, forse rotta e mai incollata, come dice brillantemente il testo, non è per la verità originalissima. Ciononostante, il pezzo ha una sua rotondità piacevole, la melodia è accattivante. Quel che stona è proprio la voce di Luca, impostata su un’attorialità davvero eccessiva, per un pezzo che invece è ritmato, agile, ma certo non tragico (“dormi, dormi: stai di là,/ tanto non mi perdo niente;/ passa la pubblicità” non è certamente una dichiarazione forte e incrudelita, ma solo ironica, forse un tantino sardonica, ma certo non da sceneggiata napol”e”tana). La stessa propensione a rileggere i testi su un livello eccessivo si intravvede perfino nella recitazione, a tratti imbarazzante, del Napolitano nel proprio video, accanto alla vershatila Alice, sua fidanzata, ancora per il momento. Occhio scuro, poco penetrante, la goffaggine di Napolitano va perlomeno di pari passo con la sua scarsa credibilità di cantante.

Da quando ti conosco: il pezzo vanta la firma di Gigi D’Alessio, che peraltro aveva preferito la voce di Luca per la sua “Giorni”, sigla di “Amici”. Non è certamente un capolavoro, anche se riscattato dalla dedica alla storia d’amore di Luca e Alice: scelte linguistiche e tematiche affrontate sono scontatissime. Il sistema di rime è francamente sotto il livello consueto di D’Alessio, che spesso è un vero poeta dell’amore. E’ solo un pezzo estivo, senza pregi evidenti, tranne la memorabilità, al limite della contraddittorietà, soprattutto là dove la fanciulla prima trema, poi ride: “Guardo la tua bocca che trema,/ ridi e poi mi dici:/ Dio quanto mi piaci”. Non è la prima volta che D’Alessio scrive un tormentone estivo disimpegnato, ma c’era molta più poesia in “Colpo di fulmine” (che, diciamocelo, era cantato anche meglio). Al solito, fuori luogo quest’energia drammaticata e patetica da parte del Napolitano, che non riesce a modulare in altro modo la sua voce, se non con la sua monocorde e scarsa presenza scenica.

Mi manchi: di questo imperdibile pezzo, abbiamo già scritto. Collage poco riuscito di versi riciclati da altre più famose canzoni, dimostra l’immaturità di chi l’ha scritto: c’è, probabilmente, tutto un mondo dentro Luca, come più o meno dentro tutti, ma il modo di esprimerlo ancora non c’è. Come prima o seconda prova di autorialità, questo pezzo è davvero ridicolo, proprio perché dipende in modo smaccato da una cultura musicale poco orientata, caotica, piena di luoghi comuni. L’unica cosa pregevole sono i pochi versi di Frankie Hi Nrg. Per il resto, e sia detto con tutto il rispetto, paccottiglia, davvero della più becera.

Tienimi presente: autori della canzone sono Felice Di Salvo e Roberto Pacco. Luca tenta la svolta, modulando maggiormente la voce, ma riesce solo a sembrare uno spento Renato Zero, all’inizio. Al momento del ritornello, torna il Napolitano di sempre, che è inutilmente tragico, inutilmente carico. Piccola para-poesia, il testo è nella sua naiveté ridicolo, cui contribuisce la insistita rima baciata: “è stato il viaggio di un momento,/ ma quello che abbiamo visto valeva un firmamento”. Ma il meglio è nella serie delle similitudini, ispirato probabilmente a “Un’emergenza d’amore” della Pausini, ma senza la fantasia onirica di quest’ultima e la sua concretezza ispirata: “Tienimi presente, tienimi con te, o almeno nel tuo cuore/ come un pensiero bello, come un riscatto,/ come il baratto per la tua felicità,/ come un raggio di sole, uno spicchio di luce”. E così, con la buona pace della canzonetta italiana, vengono fuori le solite rime scontatissime (cuore/ sole) o quelle inascoltabili perché assurde (riscatto/ baratto), mescolate alla metafora dello “spicchio di luce”, talmente trita da sembrare scelta da un non professionista. Per non parlare della simpatica (e cutugnesca) luna/ fortuna. Per scrivere una canzone, non è che si debba essere poeti, ma insomma… c’è differenza tra infilare parole l’una sull’altra senza dare loro senso e scrivere. La lista della spesa, ricordiamolo, non è un’ispirazione adeguata.

Vai: canzone d’esordio del Napolitano, quella che forse canta meglio, è però un pezzo anch’esso ispirato al confronto con altri pezzi che raccontano, di certo con maggiore profondità, la separazione tra due amanti che si lasciano, perché incompatibili. Qualche spruzzata di Baglioni (la metafora dell’annegamento, ad es.), qualche frammento di Battisti, tutto shakerato in una banalità d’accatto: “ah respirerò dolore,/ la febbre dell’amore ha già toccato me,/ non c’è niente da fare,/ mi hai già distrutto il cuore”. La cifra stilistica del Napolitano sembra la incapacità di costruire testi a diversi livelli: il suo massimo è una continua, noiosa paratassi. Per non sparare sulla crocerossa, non faccio notare l’ovvietà delle rime dolore/ amore/ cuore, legate, tra l’altro, a “fare”, che come parole sottolineata da fine verso è im-ba-raz-zan-te.

I confess: pezzo di Hector Wayne e Steve Mac, è forse il testo più interessante. Luca, però, vi è completamente inadatto, nonostante l’agilità vocale, che gli va riconosciuta. L’inglese non è, in effetti, la sua lingua. Sorprende che non ne sia stata fatta una traduzione in napoletano. Un’altra “Tamurriata nera” sarebbe stata più opportuna.

Ci si aspettava, forse, da questo primo lavoro un po’ più di coraggio, oltre che una indicazione precisa: sono un autore o sono un interprete? Luca così facendo non sembra né l’una cosa (l’immaturità dei suoi testi lo dimostra sufficientemente – e pensare che questi ultimi sono la prima scelta tra quelli che ha scritto durante tutta la sua esistenza musicale) né tantomeno l’altra, visto il confronto stridente con tutte le voci, meglio impostate e più duttili stilisticamente, uscite da “Amici” in questi anni.

Non sembri essere crudele sottolineare che probabilmente “Forse forse” sarebbe stata molto più adatta alla vocalità umbratile, ma piena di gioia di Marco Carta. In questo album, invece, alberga tanta tristezza, anche là dove il tono dovrebbe essere alternativo, o perlomeno più sfumato.