Il nuovo, imbarazzante single di Luca Napolitano, dal titolo leopardiano “L’infinito”, è stato pubblicato da qualche giorno e naturalmente strombazzato ai quattro venti come fosse un capolavoro, mentre in realtà è forse tra le cose peggiori da lui mai cantate.

La storia che si intuisce da questi versi è quella di un ragazzo allo sbando: è notte e sta pensando al suo passato di delusioni e tradimenti; si augura che il domani gli riservi qualcosa di meglio e quindi rinuncia, per così dire, “all’infinito”, anche se non è ben chiaro, visto che il testo si contraddice in almeno due punti, tanto che non si capisce quale sia la sua escogitazione per stare meglio.

Che cosa sia questa agitazione, non è dato comprenderlo, vista l’assoluta imprecisione di tutto il tessuto narrativo: l’impressione è che si stia facendo il verso a “Certe notti” di Ligabue, là dove Napolitano canta: “Ma questa notte è solo mia” e dunque, come nel modello, sembrerebbe che il protagonista stia fuggendo da casa. Poi, improvvisamente, si dice che il protagonista ha gli occhi chiusi: dunque non è su un’auto, altrimenti andrebbe a sbattere (“Chiudo gli occhi spesso ormai”). E allora? Dove starà, come dice con imperdibili versi, a “fuggire l’inquietudine”? Mah, mistero fitto.

Ma non basta: la storia è talmente imbastita male, che sembra proprio che non si sappia che cosa si sta cantando, come se non fosse chiaro neppure a chi ha scritto questa canzone che cosa tutte queste parole mal scelte stiano a significare davvero. Per cui, se all’inizio i giorni sono “spenti qui in replay” (chissà, tra l’altro, cosa c’entra quel “qui” in questo primo verso… è talmente inelegante che sembra finito lì per caso, per squisitissime ragioni metriche) – e l’espressione vuole forse fare il verso a qualche canzone di dalessiana memoria -, alla fine ci si rammarica che il presente “non ritorna mai”. Per cui, se all’inizio chi scrive si augura di lasciar perdere “l’infinito”, poi a metà canzone si scopre che ciò che si stava inseguendo era “il tempo andato”, che per sua definizione è proprio finito – ahimé, il futuro no, che invece ci sta ad attendere. E poi, verso il finale, che già è di per conto suo abbastanza assurdo, si aggiunge, con contraddizione evidente: “Mi libero nell’infinito”.

E, mio caro Luca, deciditi un po’: o lo lasci perdere o ti ci butti dentro. O almeno ci spieghi come mai dieci secondi prima te ne vuoi liberare e dieci secondi dopo invece te ne sei innamorato, manco fosse Alicietta bella.

Qui sta proprio la pochezza dello stile “napolitano”, sempre che si possa dire che esiste uno stile con questo nome: non c’è un’idea che sia una, sulla quale costruire il pezzo. Non c’è una linea di pensiero coerente, ma una accozzaglia di inutili parole, spesso sistemate alla bell’e meglio, neppure incollate l’una all’altra, ma organizzate così come viene. E va bene che una canzone dura tre minuti e non è la “Divina Commedia”: però, se si aspira ad essere cantautori, bisogna trovare un modo, anche banale, per tenere insieme i versi e non buttarli lì, come vengono, senza che abbiano un reale significato.

Non si può far rimare, visto che altro non si sa fare, “ormai” con “mai”, come succede nella prima strofa (“Giorni spenti qui in replay, / uno dopo l’altro ormai. / Ma quale senso abbiamo noi? / Non lo capiremo mai”), dove la domanda è di una retoricità senza senso nel contesto, visto che la canzone è partita appena da due secondi e già s’interroga sui grandi dubbi dell’uomo (e sempre tacendo dell’orrendo “qui”, aggiunto così, perché altrimenti il verso non veniva).

Ma il meglio (si fa per dire) arriva con la seconda strofa: “Chiudo gli occhi spesso ormai.  / Piango dentro i sogni miei. / Cosi stanotte qui con me / fuggo l’inquietudine”. Glissiamo sulla chiusa metricamente fastidiosa, per cui si deve recitare “l’inquietudinéééé”. Ma il resto che senso avrà mai? Sono tutta una serie di brevi frasi, destrutturate, senza un collegamento che sia uno. E il primo verso? L’ironia tragica e involontaria per cui “chiudere gli occhi” si dice per “morire” fa sorridere, per il fatto che Napolitano sostiene di farlo “spesso ormai”.

Che diamine di rapporto logico ci sia poi tra il piangere “dentro i sogni miei” e il fuggire l’inquietudine “stanotte qui con me” (e di nuovo esce fuori la parolina magica, con la quale raggiungere il numero di sillabe desiderato, perché altrimenti modificare il resto sembrava troppo complicato), è un altro mistero gaudioso: o piangi o cerchi la tranquillità. Oppure puoi fare entrambe le cose, ma allora segnali da qualche parte l’antitesi (tipo con un “ma”, anche se sinceramente cosa sia passato in testa ad Amati, con cui, d’altra parte, Napolitano sembra aver collaborato, mentre scriveva queste assurdità, non lo potrebbe intuire nemmeno un bravo psicologo).

Ma non basta: “Non guardo giù/ e cammino dritto sul passato” è la nuova simpatica dichiarazione. E allora ci sorge un dubbio: quando mai Napolitano ha detto che stava a volare? Forse che è in aereo? oppure su un hovercraft? O su un deltaplano, magari con Alicietta sua, che è tanto atletica? Oppure, chissà mai, è finito sul Vesuvio e nemmeno ce l’ha detto, perché vuol provare a fare l’Empedocle napoletano? Il momento migliore è, d’altra parte, nel successivo “cammino dritto sul passato”, che significherà, che ne sappiamo?, che Luca non fa nessuna deviazione, quando pensa al suo preterito? Oppure che ha comprato un bulldozer e vuole asfaltarci tutti quanti?

Un tempo era Leopardi a scrivere “L’infinito”, descrivendo la sua insoddisfazione per l’angusto mondo in cui era costretto a vivere e il desiderio di superare i limiti di un’esistenza bloccata per inseguire i sogni di un giovane ribelle e scanzonato. Ora, invece, “L’infinito” diventa il titolo di una presa in giro, di una canzone lunatica, senza progetto e senza logica, di un pezzo inutile e sconsiderato, nel quale ogni parola sembra scelta così, giusto per riempire uno spazio vuoto.