Era il 1973 quando Barry Manilow uscì col suo album di debutto (chiamato coraggiosamente “Barry Manilow I”, evidentemente sapeva che ce ne sarebbero stati altri). Tra gli altri capolavori c’era una canzone che doveva superare perfino il successo del suo autore e primo perfomer, “Could it be magic”, che Manilow aveva scritto con Adrienne Anderson.

La bellezza di questa melodia è anche dovuta al fatto che l’autore si ispirò ad un pezzo classico, il Preludio in do minore op. 28 n.20 di Frédéric Chopin. Se ne accorse, un anno dopo la pubblicazione del singolo, nel 1976 anche Donna Summer, che ne fece una versione apertamente dance, ottenendo un successo planetario, con il suo inconfondibile stile. Il pezzo, poi, sembrava aver chiuso la sua storia con la cover nei primi anni Novanta dei Take That, anche se nel frattempo altri vi si sono cimentati (come Emile et Images, che ne fecero una versione assai melodica, Gerard Kenny con il suo stile spezzato, la latineggiante Juliana Aquino e la troppo contemporanea, poppeggiante Judy Weiss).

E invece, buon ultimo, è Valerio Scanu a riproporla, con accenti nuovi e una interpretazione che onestamente può rivaleggiare con le precedenti per intensità. Del resto, il suo attuale produttore, Charlie Rapino, legò il proprio nome, con il fratello (i famosi Rapino Brothers, così com’erano noti negli anni Novanta, a Londra, quando lavorarono anche con Kylie Minogue), al primo disco dei Take That, e proprio alla loro riproposizione di questa canzone.

Valerio ne dà una versione nuovissima, che non imita per nulla nessuna delle precedenti, anche se è direttamente ispirata a Manilow: semplice e moderna insieme, rispettosa dei limiti di una canzone nata dal pianoforte, la quale torna proprio al pianoforte grazie alla potente voce di Scanu, che, come solo lui e pochi altri possono, all’inizio arriva a contendere con lo strumento che lo sostiene e che si sostiene con lui.

Convintamente, come in altre canzoni d’amore disperate e insieme struggenti, in un unisono d’anime, come se Valerio cantasse anche per tutti noi, intorno: ne emerge una vera magia, dove l’intervento della musica (e di tutta la sua potenza di tiro) dopo la prima strofa non fa altro che esaltare un altro aspetto della voce di Valerio, quello potente e allegro. E così quando canta: “come into my arms,/ let me feel the wonder of all of you”, allora non è più malinconico, ma solo forte e intenso.

Dunque, una versione un po’ Manilow vecchia maniera, un po’ Donna Summer, un po’ Take That, nel civettuolo controcanto (“Magic, magic”), il tutto unito dalla voce tremenda di Mr. Scanu (come ormai lo chiamano tanti dei suoi ammiratori), capace di dare forza anche a questo che, forse in bocca a qualcun altro, sarebbe un pot pourri troppo indelicato.

Ecco, dunque, perché questa è la mia preferita del nuovo album di Valerio Scanu.

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