Vanno di moda così, perché altrimenti nessuno le “vede”: il new style amiciano pretende qualcosa o qualcuno (la differenza nel caso è molto labile) che stupisca, che infili una timida coreografia, sempre più smaccata nel tempo, all’interno della semplice canzone. Non bastano la voce e l’interpretazione: c’è il virus Tommasini in allerta, altro che influenza A.

E così, di anno in anno, la concorrenza con X-Factor spinge a cercare il peggio e a farlo passare anche per capacità di presa sul pubblico: una simil-cantante si mette a saltellare, strillando “Ti amo” e facendo quindicimila mossettine e tutti a raccontarsela, che tutto è figo e stupendo, ma stupendo proprio, mica solo stupido e basta.

E così, in mezzo agli ambaradan dal bravo coreografo della tv trash per cui sensualità diventa pornografia (quasi quasi tanto da rivalutare l’innocenza di Garrison), appare Loredana Errore (e il cognome, come dire?, sarebbe ominoso, a quanto sembra) e con due o tre infilate delle sue, con le quali ormai costella tutti i sabati di “Amici”, sposta il limite di ciò che è lecito, anzi di ciò che è artisticamente possibile e bello. E che vuoi che conti l’estetica in questo discorso: basta essere sopra le righe per definirsi artista.

Ma quel che è peggio è che la Errore rischia di passare per originale quando non ha proprio nulla. L’interpretazione che ha fatto della nuova canzone era uno scimmiottamento di cantanti che almeno hanno avuto una carriera (per usare l’espressione felicissima di Rapino: hanno venduto una copia): c’era un po’ di tutto, tra l’immancabile Nannini (cui la poveretta è stata più volte paragonata), l’imitazione della Goggi di Mina e molto, moltissimo Sbirulino.

Ecco dunque servito il piatto indigesto di una cantante a pezzi, tutto un puzzle di birignao assurdi, tra le smorfie del pagliaccio, gli urli dell’indemoniato e i saltini della ragazza Cin Cin. Mancava soltanto il canto, tra tutte queste Delicatessen: ma si sa, non serve a nulla cantare e ormai tutti lo sappiamo.

Ma almeno un giudice (non dico Rudy Zerbi che questa minestra, poverino, la deve servire ai clienti e quindi finge che sia straordinaria, e che, poi, diciamocelo, non è che ci capisca tanto di musica, quanto di marketing) non poteva farle notare, così en passant, almeno che la strofa poteva essere cantata senza far finta di essere un neonato in culla? Ma uno di quei simpaticoni non poteva raccontarle che non solo era esteticamente improbabile quel suo modo di storpiare le note, ma anche insopportabilmente infantile?

No, ovviamente nessuno s’è levato a pronunciare anche solo un minimo di critica: tutti proni al discografico di turno, tutti pronti a esaltare il poco controllo per far vendere tanto come “Scialla”. Bisogna vedere, però, se ci riusciranno.