Umberto Bindi era un uomo mite e gentile. Così lo ricordano tutti, ora che è mancato. Ora che è mancato, ci sono tanti che inneggiano al suo ricordo e spesso si fanno belli con parole di circostanza, raccontando che il mondo è rio e malvagio. E il mondo è davvero rio e malvagio, ma fino a poco tempo fa era lo stesso mondo del quale anche loro facevano parte.

Qualche volta, le canzoni scivolano nel nostro profondo e ci fanno perdere di vista il mondo. Smaterializzano gli oggetti, fanno apparire la vera realtà dietro il velo di Maya. Sono esperienze che ci mettono in contatto con la nostra reale natura, che appartengono al sovra-naturale, al meraviglioso.

“Il nostro concerto” è, appunto, forse la più potente di esse: capace di suscitare anche nel cuore più arido il ricordo forte e intenso di un amore che non c’è più, ma che sopravvive nelle note di una canzone, nel rievocare un semplice gioco di sguardi e di mani che si incontrano (“la mia mano/ che la tua cercò”). Questo invito alla memoria, però, può essere letto in tanti modi diversi: può essere anche, per esempio, un’esortazione a ricordare l’amore che un artista come Umberto Bindi aveva per il suo pubblico, quello stesso pubblico che nella sua sempiterna crudeltà lo aveva dimenticato.

Per anni, infatti, non era stato ospite di una trasmissione televisiva, né invitato a Sanremo: trattato come fosse un appestato, era però talmente bravo che ogni tanto la sua firma faceva capolino in un sottopancia, là dove erano segnalate le firme di una canzone. Era un uomo generoso e timido, così come lo descrivono gli amici, giudizi che, purtroppo, emersero troppo tardi per salvare una carriera che poteva essere strepitosa e che invece troppo presto finì per essere dimenticata.

Ancora oggi, però, non può essere dimenticata la potenza di quella voce che sembrava tanto sottile e esile e invece era piena di colori, né il dramma di chi ha vissuto con tante cose da dire e nessuno che gliele facesse esprimere. Considerato, poi, che oggi come oggi vengono pubblicati pezzi assurdi, che paiono al minimo inutili, è stato un delitto chiudere la voce ad uno dei più grandi autori di tutti i tempi, solo perché era omosessuale.

Fino a quando al talento si dovrà dare ancora un colore, che sia quello della pelle o quello politico o quello delle scelte sessuali, il nostro sarà un paese a metà, senza coscienza del passato e senza una strada da percorrere nel futuro.