E menomale che se lo sono contesi mille e mille case discografiche. Ma, dico io, lo avranno sentito qualche volta? E soprattutto dopo averlo sentito a X-Factor, avranno dedicato qualche minuto di attenzione per ascoltargli i singoli pezzi? Perché, se sono tutti uguali a questo, diciamo che più che canzoni sono giochi di parole.

Quest’ “Anima”, che Facchinetti (ultimamente un po’ preso da qualche abbaglio, vista la bella figura di aver fatto fuori Silver, ribattezzato poi dalla Mori Silvan, il re dei maghi, al posto delle Yavanna) ha simpaticamente presentato come “Con l’anima”, e che il Fiorella (non Pierobon, peraltro) ha cantato a X-Factor, manca proprio dell’unica cosa di cui, a leggerne l’illuminante testo, dovrebbe abbondare, cioé d’anima.

Niente di personale contro il bell’ex della signora C., innalzato dai peana di quest’ultima a singolare talento della nuova musica cantautoriale italiana e fors’anche interplanetaria, per poi essere rimpiazzato, in men che non si dica, dall’altro diamante grezzo made in Sardinia, ma “Anima” è veramente ciò che di peggio poteva scrivere un qualunque scriteriato, preso da manie convulsive, ispirandosi al suono del tram che sferraglia.

Siccome, poi, questo sarà stato il meglio che Damiano è riuscito in questi anni a mettere insieme, viene il sospetto fondato che forse è stato meglio che finora abbia fatto l’attrezzista – almeno un lavoro se l’è imparato. Quello che ha scritto non è una canzone, ma solo un crescendo rossiniano di allegre cavolate, costruite sul nulla, anzi sulla ripetizione del nulla, elevato a potenza talmente ennesima, che sembra d’essere davanti ad un’operazione matematica sballata, dove i conti sono tutti sbagliati.

Per aspirare a fare il Bergonzoni della canzone, bisognerebbe, infatti, avere una fantasia un po’ più pronunciata e tentare strade alternative; per ripetere mille e mille volte le stesse parole, basta, invece, credere d’essere qualcuno e spacciare le proprie invenzioni, tipo l’imbonitore di piazza con l’elisir di Dulcamara. Per rendersene conto, basta cancellare dal profondo testo fiorelliano tutte le parole ripetute più di tre volte, o anche solo le espressioni che tornano ossessivamente da una strofa all’altra: alla fine resta il titolo. Punto e basta. Forse il pubblico sarà tanto bue, come dicono a giorni alterni Morgan e la Mori, da applaudire, ma che cosa troverà da apprezzare in questa serie incongruente di parole intese, tra l’altro, come semplici suoni?

Il senso di quest’accozzaglia di termini sta, appunto, nel fatto d’essere filastrocca e quindi memorabile: i nessi di significato sono tanto deboli che sfugge, alla lunga, perfino il senso. Poi, qualcuno ha anche l’ardire di criticare Jovanotti: peccato perché quello è un poeta, che almeno sa variare il proprio tema indefinitamente, invece che cantare sette-ottocento volte a pezzo la stessa e identica parola.

Ecco, diciamo così: questa canzone è utile come memento per chiunque voglia scrivere davvero. Auguriamoci che chi l’ha edita l’abbia pensata con questa funzione.