Quando l’ho visto per la prima volta, mi sono chiesto cosa ci trovasse in quello scricciolo Morgan. Marco è talmente insignificante, mi dicevo. E poi piangeva, anzi no: piagnucolava, come uno di quei bambini pettegoli, che trovano il sistema di frignare in ogni momento, o per un lecca-lecca non del gusto giusto o perché per la strada hanno picchiato colla punta del piede in una pietruzza.

E poi, che dire del suo aspetto fisico? I piedi sgraziati, piccoli piccoli, le gambe secche come grissini, quel corpo senza nerbo, come un filo d’erba nella tempesta: sembrava destinato a farsi travolgere dal primo secchio di critiche della Maionchi o della signora C. Non aveva nessuna speranza, mi dicevo: si scioglierà come neve al sole e poi chi ci mandiamo a tirarne su i pezzettini? Tommassini?

Ma adesso, se ripenso a quei primi giorni, mi sorge il dubbio di aver visto già allora nel viso qualcosa di inquietante, come il segno o per meglio dire il sintomo di qualcosa che mi turbava: la bocca quasi disegnata come un triangolo rovesciato, il naso affilato (una lama di coltello, quasi da personaggio dei fumetti), gli occhi profondi, tristi, melanconici e i capelli ribelli, sfasciati, che lo facevano sembrare un porcospino arruffato. C’era qualcosa di estremamente contraddittorio tra gli occhi grandi e sinceri, da miope e la capigliatura distruttiva, finita come un tocco di assurdo sopra quel corpicino esile e sottile.

Era la traccia (ora, a distanza di tempo, lo capisco) di quella diversità che è del suo animo, di quel pericolo che è dentro chi fa arte: il senso costante di essere su un fil di ferro, a esibirsi, sui trampoli, su una bicicletta a una sola ruota, su un tapis roulant che va all’indietro. Era, ora lo posso dire con sicurezza, l’orma di chi è votato neppure tanto al canto, come sono destinati pochi altri, ma soprattutto allo spettacolo.

E così tagliente come tutto il suo essere, tanto tagliente da essere fragile, quasi inconsistente, è tutto il suo io, costantemente a mezzo tra la follia pura dell’esasperatamente acuto e il rischio della terribile stonatura, in ultima analisi tra il genio e lo sfondone.

Ecco perché, come prima Morgan, ora anche io soffro, delicatamente, il fascino di Marco Mengoni.