Pierdavide è entrato ad “Amici” col vento in poppa ed è stato considerato, complice un giudizio rapiniano, “uno dei quattro in fuga”. A qualcuno la definizione sarà sembrata profetica: magari se ne uscisse dalla trasmissione, portandosi dietro ospedali, Jennifer e compagnia cantante. Ecco, abbiamo pronunciato, sebbene piuttosto ovvia nel contesto, una parola forte – di quelle che lasciano la traccia: CANTANTE.

Qualcuno dovrebbe far riflettere gli emuli di Mario Nunziante sul fatto che nella parola cantautore c’è anche quella stravagante prima parte che indica il fatto che chi si fregia del titolo sa anche, udite udite, cantare. Poi, vabbé, verrà quella simpaticona della Di Michele a urlare che Valerio e Marco fanno schifo (ed infatti hanno mietuto più successi loro in due-tre anni che lei in tutta la sua onorata carriera). Però, prima che la signora ci racconti la sua personale opinione (tanto, non mancherà di farlo), sarebbe meglio mettere da subito qualche puntino sulle i.

Il successo (per ora molto supposto) delle canzoni di Pierdavide si ferma ad una analisi troppo superficiale di testi che sembrano originali e per i quali è stato evocato, molto a sproposito, il genio di Caparezza. Ma quello si muove su un altro piano: Pierdavide non ha la cultura necessaria per capire, tanto meno per articolare un qualsiasi gioco di parole. Le canzoni di Caparezza sono, invece, come i pezzi allucinati di Bergonzoni: sembrano non avere alcun senso, mentre lo hanno, al di sotto delle apparenze, solo per chi sa decrittarli.

E invece la storia dietro, per dire, “La ballata dell’ospedale”, qual è? I biografi del Carone sostengono che la canzone fu scritta in ospedale (sticavoli, una canzone originalmente autobiografica), quando il cantautore era ricoverato per un calcolo. A quanto si legge negli alati versi, il problema era ad un rene, definito “strano” (e fino a qui non ci sarebbe niente da dire), ma anche “dilatato quanto l’ano”. E qui i problemi invece insorgono e sono molteplici. A parte la colorita espressività, sulla quale glisserei (vista l’altezza della similitudine), viene da chiedersi se Pierdavide sa davvero cosa significa “ano dilatato” e se sa che, in genere, essi non sono, per così dire, particolarmente slargati (se non in alcuni casi, e questi dopo un lungo e meditato esercizio).

Ma cerchiamo di passare oltre (l’arte può anche farsi carico degli aspetti meno sublimi del reale, naturalmente: nel caso, però, soprattutto quando imita il reale, dovrebbe essere un tantino più verosimile, diciamo).

Succede che, nella canzone, secondo quanto stabilito da Pierdavide, il rene gonfiato espella gas a profusione: “ti darà/ un odore strano”. La seconda questione nasce dalla successiva alata similitudine: “non quanto uno straniero/ che in degenza un’indecenza gli farà”. E’ interessante che un giovane cantautore scriva nel suo primo importante pezzo un’idea tanto intelligente quanto quella di uno straniero (immagino un extracomunitario) che, per così dire e sempre per restare su questo versante di grande artisticità, “puzza”, una volta in ospedale. Noto, en passant, lo straordinario gioco di parole “strano/ straniero”, che si riflette nel successivo “degenza/ indecenza”.

Dopo le allusioni, neppure troppo velate, all'”ano dilatato” del primo verso, viene peraltro da chiedersi quale sia, nello specifico, l’indecenza di cui si parla: qualcuno ricorderà, in effetti (e mi esprimo sempre seguendo la scia di talento del nostro), che si sostiene da più parti che gli extracomunitari abbiano, per così dire, doti ineguagliabili quanto alla capacità di indurre negli astanti la condizione fisica di cui sopra (e non ci riferiamo, naturalmente, al calcolo renale).

Poi, la canzone si perde nella effimera descrizione di altri pazienti (un pasticciere, un tennista e, infine, lo straniero di cui sopra). Del tennista, si dice che “fu amore a prima vista” (e il particolare, visto il contesto nel quale è calato, è perlomeno involontariamente ironico), mentre la maggior parte della strofa è dedicata all’extracomunitario dotato di un profumo particolare. La strofa si chiude, peraltro, e non ce ne sarebbe bisogno, con la dichiarazione, riferita dal protagonista: “crebbe in me un po’ di xenofobia”. Sorprende, di nuovo, che su un tema tanto importante si scivoli con non chalance, senza un po’ di quel sano politically correct che farebbe proprio bene, soprattutto quando con l’umorismo si veicola un atteggiamento non esattamente condivisibile nei confronti degli stranieri.

Meglio, in effetti, la strofa successiva, dove una insistita (ma anche facile) allusione alla Divina Commedia (“la selva dei malati”, “vade retro”, “quando entrai, la speranza persi ormai/ da qui non si esce mai”) riscatta leggermente le scelte metriche di comodo e una certa ovvietà tra giochi di parole strausati (“c’è chi scende e c’è chi sale”, “a questa minestra preferisco la finestra”), i quali hanno l’effetto di rendere meno efficace tutto l’impianto, e la letterina, sul finale, a Babbo Natale, un po’ tanto di maniera.

Ma, diciamolo in limine, può bastare davvero una strofa, relativamente ben costruita, per far tacere i difetti della prima parte, per non parlare dell’intonazione approssimativa (confermata in altre prove, come l’ultima in ordine di tempo, quando il Carone ha massacrato “Eleanor Rigby” e tutte le fibre dei Beatlesmaniaci sono state costrette a rimpiangere perfino il quasi-plagio della Carrà), della presenza ringhiosa sul palco, ma senza reale nerbo? Insomma, basta il colpo ironico (colpo che s’è dimostrato particolarmente pericoloso, per il messaggio non condivisibile che reca con sé), la scelta sui generis per dire che Pierdavide è, come s’è detto costantemente, un genio?

Francamente, il Dio della musica sembra che abbia altri lidi dove andare a passare le vacanze natalizie. Difficile che, nel suo girovagare, incontri anche il pur simpatico Carone.

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