Le parole in amore sono sempre mal scelte: parliamo, parliamo, perfino gridiamo, senza mai riuscire davvero ad ascoltare. Forse qualcuno, che è venuto dopo di noi, sarà capace di trovare quella verità che noi siamo sempre stati incapaci di raccontare, nonostante l’amore serio e gentile che ci animava.

Un tema antico, come la storia dell’uomo, quello di uno dei due nuovi pezzi dell’ultimo album di Valerio, “Pioggia e fuoco”, ma realizzato con tanta gentilezza e forza che non si può che rimanere commossi dall’amalgama tanto nobile che mette insieme la voce matura di un ragazzo così giovane e una romanza di respiro così classico.

Solo Mr. Scanu può cantare, rimanendo perfettamente verosimile e profondo, un pezzo talmente difficile e insidioso – e non parlo solo dell’acuto falsettato che chiude in modo tanto drammatico il finale, perdendovisi l’invito, rivolto al proprio amore, a ricordare ciò che era. Solo Valerio è in grado di restituire a questa melodia così sottile, quasi impalpabile, una forza quasi sommessa, come se la sua stessa anima si perdesse, come se fosse il suo stesso cuore a rendersi conto, quasi attonito, di essere rimasto senza una parte della propria anima.

Non riesco, forse per la mia storia personale, ad ascoltare questo pezzo senza commuovermi fino alle lacrime. E’ come una passeggiata in mezzo ai miei sensi, come perdermi nella mia infelicità, anche se essa non ha questi stessi confini e i suoi territori sembrano meno legati al passato, quanto al presente.

Ma, a prescindere dalle mie reazioni, quello che mi meraviglia è come faccia Valerio a immettere nel suo calligrafico contrappunto al pianoforte che lo segue, tremante, insinuante, tanti colori, tanti armonici: poi, mi rispondo che tanta arte non è possibile che sia compresa da un essere umano. C’è qualcosa di tremendamente angelico in questa voce che lascia tracce dovunque si posa: c’è in essa una capacità interpretativa tanto personale e originale – parrebbe il tocco di un attore che nelle mezze tinte, nei sentimenti umbratili, nelle nuance dell’animo sa dare il proprio meglio, finendo poi per essere tutto contemporaneamente: perfino impetuoso, così come anche addolorato, o meravigliato di se stesso, oppure imperioso, o sospettoso, o gentilmente innamorato.

In questa canzone, così antica e così moderna, si consuma un ossimoro sospeso tra pioggia e fuoco, tra impeto e dolcezza, tra forza e debolezza: la verità che ne emerge è la confusione, il crollo delle certezze, dopo il quale restano briciole, o tracce indistinguibili e incomprensibili. L’amore resta, così, sempre la più tragica delle forze distruttive di questo nostro povero mondo.

Ma, se l’amore ha ispirato anche queste parole, questa melodia tremante, o questa voce che viene da un altro luogo, da un altro mondo, arrivata fino qui a ricordarci la nostra debolezza, ben venga. Ritorni, pure, quest’amore, anche se ci deve far soffrire, perché questa sofferenza è pioggia di lacrime, come fuoco di vita.