Anche nel fortunato “Chiusa dentro me” sono rintracciabili altri ossimori formato Valerio, che canta ancora la passione che origina contraddizioni come già nella bellissima “Pioggia e fuoco”. In questo caso, è l’amore felice e fortunato di chi tiene chiusa dentro sé l’immagine o l’anima di chi ama (“sei chiusa dentro me/ indelebile/ nelle mie vene ormai”). Davvero si potrebbe innalzare un macarismo meritato a chi ha tanto interiorizzato il proprio sentimento da sentirselo ribollire nel sangue.

Ma l’apparente immagine di “chiusura” con cui la canzone inizia si stempera costantemente, fino a raggiungere una inattesa dimensione di apertura verso l’infinito, sottolineata dall’invito roboante, enorme, immenso con cui Valerio trasforma in gigante il suo “Stringimi”, l’imperativo che inaugura il ritornello, spingendogli la voce in alto, nel solito sublime scanuforme, che chi lo conosce ha imparato, naturalmente, ad amare.

Ecco che ci si contraddice pressati dal senso profondo di un amore che ci serra felicemente nel proprio hortus conclusus, ma che contemporaneamente risolve i problemi esterni, dando una nuova credibilità al mondo intorno che acquista così un tocco di indelebile carattere dalla presenza della persona amata (“il mondo è un’altra cosa/ se tu stai con me”).  L’amore che dà motivazione al vivere, che restituisce senso all’illogico destino diventa così non prigione soffocante, ma invitante panorama sull’infinito.

La follia è sempre la stessa – credere nella fattibilità del progetto “amore”, come un viaggio verso l’ignoto, dove tutto è possibile, tra il brivido che la voce di Valerio restituisce pienamente e l’incoscienza di chi lo segue, con le ali tremanti per l’emozione, lungo la scala dei suoi cromatismi, tra le immancabili altezze e la pasta sonora del grave o del gravissimo.