Facile, troppo facile il nuovo film di Cameron, “Avatar”, pubblicizzato alla americana, con partecipazione speciale, perfino, di Barack Obama: buono, anzi ottimo il messaggio ecologista, meno originale l’impianto, già visto e stravisto, tipico di un certo modo di fare cinema, tutto incentrato più che sulle sfumature, sull’effettaccio, sulla spettacolarità. Da Cameron e da un investimento tanto gigantesco, invece, ci si aspetterebbe molto di più.

La pellicola racconta la storia di Jake Sully (Sam Worthington), un marine, su una sedia a rotelle, il quale si trova a sostituire il fratello scienziato, morto ad inizio film, in una sperimentazione su “avatar”, la quale avviene su un lontano pianeta, chiamato Pandora. Qui una base militare terrestre, governata alla americana, sta sfruttando una terra non disabitata per via delle risorse del suo sottosuolo.

Un popolo primitivo, caratteristicamente dalla pelle blù, guerriero e legato alla propria patria in modo quasi inestricabile, tuttavia, non vuole venire a patti con i viaggiatori del cielo: il vecchio re accetta il primo contatto, fa imparare la lingua terrestre (si immagina l’inglese), ma è troppo (e giustamente) sospettoso. Tra i terrestri, del resto, non tutti hanno l’atteggiamento sbagliato verso gli autoctoni: qualcuno, tra cui la dottoressa Grace Augustine impersonata da Sigourney Weaver, è sinceramente interessato a comprendere davvero questa nuova civiltà.

Jake, che è stato cooptato solo perché l’esercito terrestre vuole rendersi conto delle difese del nemico per poi attaccarlo, si comporta da soldato per buona parte della storia, finché la coabitazione con la principessa locale Neytiri (Zoe Saldana), per la quale comincia a nutrire una amicizia amorosa, non lo spinge a rendersi conto del fatto che distruggere un tale popolo è un genocidio, impossibile da giustificare, nonostante l’importanza strategica della missione. Ecco, dunque, che alla fine Jake passa all’avversario e lo conduce, come necessario alla buona favola con lieto fine incorporato, alla vittoria contro l’invasore.

Film epico, “Avatar” è tutto concentrato sul delineare facili contrasti senza chiaroscuri: il bene e il male si stagliano facilmente sulle montagne sospese nel vuoto di Pandora, come in certi romanzi di fantascienza un po’ in bianco e nero, come nei più facili episodi di “Star Trek”, dove il capitano Kirk è l’incarnazione dell’intrapresa americana (del resto, come si chiama la sua astronave?). Qui l’Enterprise ha superato i limiti: è il volto del capitalismo disumano, che uccide, divora, distrugge, perché è economico e salutare farlo, come ha fatto, negli ultimi trent’anni, il colosso americano – solo che ora si è accorto di essere diventato un tantino antipatico.

Dunque, la soluzione, per tutti quanti, è unirsi a difesa dei valori antichi: in particolare la difesa della Madre Terra, non un’invenzione dei clan di Pandora, ma un’idea del popolo greco, che più occidentale di così non potrebbe essere. Il marine compie così lo stesso percorso del capitano Algren (Tom Cruise) de “L’ultimo samurai”: il contatto col campo nemico coincide con la conoscenza e l’autoconoscenza. Quel mondo, che sembra lontano da Sully, lo affascina e lo conquista: non è soltanto l’amore di Neytiri, ma la sensazione di far parte di qualcosa di unico e di indistricabile, quasi un nuovo legame Borg, una affascinante comunione comunistica, però giocata e descritta tutta sul versante del buono e del giusto.

Se il messaggio (l’uomo deve smettere di sfruttare la terra per i propri comodi, e gli Americani pure e le multinazionali anche, col loro colonialismo di ritorno) sembra positivo, meno interessanti sono gli spunti narrativi o le scelte stilistiche. La dominante blù del film non aiuta, ma quel che fa perdere di intensità è il fatto che troppo schematici sono tutti i personaggi (e va bene che siamo in un film epico, però perfino gli eroi dell’Iliade avevano qualche sfumatura): lo scontro tra civiltà è evidente, ma Sully, la principessa, il suo iroso fratello sono tutti animati da sentimenti eccessivi e eccessivamente in contrasto, perfino autoevidenti. Gli stessi cambiamenti di campo sono troppo subitanei per sembrare verosimili: Jake si innamora del Nuovo Mondo in dodici secondi netti, l’erede al trono gli consente di parlare in assemblea (altra citazione iliadica) dopo averlo saputo traditore della patria.

Alcune scene valgono, però, il disturbo di stare seduti tre ore (francamente troppe, per la storia non genialissima), come quella nella quale il povero soldato, appena scampato a un agguato di bestie feroci grazie all’intervento della fanciulla che poi si innamorerà di lui, si ritrova circondato dai semi fluorescenti dell’albero della Grande Madre. Nel buio della notte, quelle meduse volanti lo incoronano come l'”eletto”, colui cioé che dovrà sostenere il compito di salvare quel mondo antico, eppure tanto in salute. Per un attimo, così, i due protagonisti, avvolti da un’insospettabile aura mistica, si salvano dalla trasformazione in giganteschi Puffi, pericolo aleggiante in tutto il film.