Ieri, nella solita puntata drammatica di “Amici” (ce n’è sempre una, nella drammaturgia defilippiana), come tutti gli anni, è andata in onda una vera e propria pantomima, protagonista Loredana Errore, una sceneggiata particolarmente finta, in modo inimmaginabile anche per una mente dotata di fantasia quale è la mia.

Loredana, dopo aver storpiato, tra l’altro, anche la “Donna cannone”, la canzone più profonda e facile di De Gregori, quella con la quale tutti, quando la interpretano, fanno bella figura, s’è esibita in “Ragazza occhi cielo”, il successino (in classifica è entrata, infatti) che le è stato cucito addosso da Biagio Antonacci (seppure sulle note di “Non voglio mica la luna”). Il disastro è stato quasi completo, visto che almeno quella dovrebbe sapere cantare e lei, invece, se la ricorda solo a sprazzi.

Platinette, che da quando è iniziato il serale preferisce Emma (non che questo abbia portato molta fortuna alla Marrone, intendiamoci), a quel punto ha cominciato la sua filippica, piena peraltro di complimenti alla Errore, sostenendo che, nonostante il bel timbro, Loredana mancherebbe di qualcosa, per una volta, tra l’altro, facendo un discorso condivisibile e soprattutto contenuto nei toni.

E qui scatta qualcosa fuori e dentro noi (tanto per parafrasare un testo particolarmente famoso, di questi tempi): la Errore comincia a blaterare, rotola su parole che neppure lei sa cosa significhino, in perfetto stile “Grande Fratello”. Mentre incespica, tra complimenti finti alla De Filippi (e chissà che c’entravano) e allusioni che solo lei ha capito, e naturalmente lei pure in modo vago, ad un certo punto, ben sapendo che non c’era modo di uscire da quel cul- de- sac, Lory (come viene ribattezzata subito da Platinette, che teme di averla fatta grossa, mentre è solo grossa e basta) finge di lacrimare, prende e se ne va, correndo come la solita spiritata.

Quanta grazia c’era stata in Marco Carta, quando gli era capitato di andarsene, dopo le continue vessazioni subite dalla Di Michele. E soprattutto quanta forza e sincerità c’erano state in quelle lacrime non finte di un ragazzo che, davvero, era stato criticato per il nulla, solo sulla base di una antipatia personale.

Nella corsa gratuita della Errore non c’era niente di tutto ciò: solo l’insincerità di chi mastica tutto, anche le critiche (anche perché non le capisce e quindi non potrà mai neppure rispondere), di chi se ne infischia di ogni cosa e passa sopra perfino i membri della propria squadra (nel caso, soprattutto Matteo), perché sa che alla fine deve vincere e vuole vincere e per farlo, non potendo contare solo sul proprio talento, deve distruggere chi quel talento ha.

Due anni fa, Marco non uscì dalla trasmissione per fare ascolto o per esibirsi in una sceneggiata napoletana. Uscì dallo studio, beccandosi, tra l’altro, le critiche piccate della De Filippi, perché non ne poteva più. Ieri sera, Loredana se n’è andata perché aveva programmato la sua uscita, teatralmente, freddamente, tanto per accreditarsi di un’ascendenza lontana nel tempo, come se avesse subito ingiustizie dalla commissione (lei che è sempre stata salvata), oltre che dalla vita e dal mondo.

Cos’avrebbe dovuto fare, allora, Valerio Scanu l’anno scorso? Avrebbe dovuto tirare fuori almeno almeno una lupara per sparare contro quel bel tomo che lo definiva un sasso (e peccato che oggi abbia capito di aver sbagliato: è arrivato un po’ troppo fuori tempo massimo) o un’alabarda per infilzare quell’altra bella toma che gli dava quattro e mezzo, perché, beata lei, non lo credeva un vero artista.

Quanta differenza, ahimé, tra la sincerità gentile di Marco, la compostezza educata di Valerio e la sguaiataggine della Errore. E qui non si tratta solo di stile musicale, ma di intelligenza, quella stessa intelligenza che consente a Marco e Valerio di interpretare davvero, quella stessa sensibilità che è acume, istinto, ma anche preparazione e, alla fin fine, cultura.