La drammaturgia della edizione peggiore e più zuccherosa di tutta la storia di “Amici” è stata impostata sulla non chalance, sul volemose tutti bene: hanno vinto tutti, a ben vedere, ancora prima che la finale sia giocata e davvero vinta da qualcuno (ad occhio e croce una tra Emma, favorita dalla produzione, e Loredana, favorita, a rigore, da un piccolo gruppuscolo di fan). Tutti, praticamente tutti i finalisti (ivi compresi i sempre bistrattati ballerini) hanno già firmato da mesi, qualcuno forse perfino da un anno, prima ancora di entrare nella scuola, un contratto o con una compagnia di ballo (manca all’appello la sola Grazia, ma chissà… magari troveranno anche uno strapuntino anche per lei) o con una casa discografica.

L’anno scorso, Valerio e Alessandra arrivarono relativamente vergini alla finale. Emi e Sony se ne stettero allegramente fuori dalla trasmissione per diverso tempo e i contratti furono, come successe anche a Marco Carta, firmati molto dopo la finale.

A tutt’oggi, invece, le case discografiche, chi in modo brillante, chi meno elegantemente, si sono impossessati di parte della trasmissione, facendola divenire qualcos’altro: da concorso canoro a gara di forza, per vedere chi ha sotto contratto gli artisti migliori e di grido, per affiancarli ai neonati cantanti tv. Nel braccio di forza, al quale Jurman ha preferito non assistere (e sinceramente ha fatto bene, e lo dico da spettatore fedele della De Filippi), hanno prevalso logiche di mercato: strategie, alcune al limite dell’indecenza (come quando si è fatto cantare a Matteo “La mia signorina”, che poi il Macchioni ha fatto, sorprendentemente, molto meglio rispetto a Pierdavide), scelte che di artistico non hanno niente, il tutto condito da commenti scadenti di giornalisti spesso prezzolati o talora perfino poco preparati.

Lo spettacolo dei quarti di finale e della semifinale di “Amici” è stato talmente osceno da convincermi a non ironizzare, con i miei post che tanto hanno divertito i miei lettori. Il fatto è che non trovavo più niente di cui divertirmi. Finita la telenovela appassionantissima tra Elena e Garofalo (che, come ho già detto altrove e in tempi non sospetti, è il vero trionfatore della trasmissione di quest’anno), lasciati da parte gli scontri Villanova-Celentano, messo in un cantuccio il povero Jancu in versione “Missionary Man”, “Amici” è uscito dall’alveo zanforliniano per finire in mano all’economia di mercato: dalla padella alla brace.

Quando a sceneggiare le puntate non sono più Grazia Di Michele e il sempre valido Rapino, ma i miliardi dei discografici, cosa resta da vedere se non la tragedia dell’arte nell’epoca della sua riproducibilità?

Ne è venuto lo spettacolo indecente dei duetti: al confronto quelli tra alunni nei primi mesi del serale sembrano quasi dei capolavori (non parlo di quello tra l’Amoroso e lo Scanu, perché al confronto questi ultimi possono solo parere angeli venuti dal cielo a miracol mostrare). Che pena vedere la Oxa dosare la sua potente voce per evitare di trascinare nel nulla un’Emma arrochita al massimo. Che dolore vedere Craig David (oh, ma vi rendete conto? Craig David!) cercare di portare a termine, col suo talento, da solo, completamente da solo, “Sitting on the dock of the bay”, mentre chi avrebbe dovuto aiutarlo cantava due-tre-quattro-cinque ottave sotto.

Che sofferenza (enorme, gigantesca) vedere un serafico Pino Daniele improvvisare, a occhi chiusi, mentre Loredana, non arrivandoci, si rifugiava nel tono-Renato-Zero, sbagliando testo, musica, perfino faccia. Né vorrei parlare della figuraccia fatta dal Carone con Venditti: neppure s’erano messi d’accordo sugli attacchi. Ad un certo punto, Venditti cantava e Pierdavide muoveva la bocca, neppure a tempo. Non è stato un duetto: è stato sparare sulla crocerossa.

Il disastro annunciato della finale che verrà sta tutto scritto nell’immagine di Matteo che, dovendo cantare “I migliori anni della nostra vita”, finisce perfino per sbagliare tonalità, una, due, tre, quattrocento volte.

“Amici” deve cambiare, altrimenti questa sarà l’ultima edizione; del resto, lo diceva anche la Mannoia: come si cambia per non morire.