Fa specie dover ricordare così, a distanza di tempo da un altro post che lo riguardava (intitolato La levità di un sorriso), Raimondo Vianello, un uomo che fece del suo stile inglese e dell’ironia, soprattutto nei confronti della moglie, un vincente marchio di fabbrica. Fa specie perché, purtroppo, la becera televisione di oggi, da “Mattino 5” a “Domenica 5”, dal TG4 al TG1, si impossesseranno della sua figura per scrivere i loro inutili coccodrilli, pieni di sviolinate, ma senza nessuna comprensione.

Vianello, per il suo talento, avrebbe potuto essere chiunque, perfino una star del cinema americano. Bello, alto, con i capelli biondi e gli occhi azzurri (come bellissima è sempre stata Sandra Mondaini), non aveva voluto puntare sulle sue qualità estetiche, ma aveva studiato (il liceo classico e poi giurisprudenza). Poi, l’autoironia (e forse anche una scarsa opinione di se stesso) lo aveva bloccato dall’intraprendere progetti da attore impegnato, anche se era stato assai richiesto.

Nato a Roma, era stato poi, dopo la giovinezza e il matrimonio con la milanesissima Sandra, trapiantato in Lombardia. Grande lavoratore, onesto fino al midollo, anche quando le sue idee erano troppo dirompenti, Vianello non aveva voluto sfondare, lasciando per una strada diversa la propria parabola di attore comico e poi di grande sceneggiatore, in film di grandissimo successo come “Pane, burro e marmellata” di Giorgio Capitani o “Il fico d’India” di Bruno Corbucci. Aveva un talento raro, quella grande capacità di alternare la risata grassa a quella raffinata, con l’adozione di un humour inglese spesso poco compreso, ma anche nella ricerca del consenso del pubblico in pellicole qualche volta scontate, nonostante alcune trovate eccezionali, come quella scritta per la moglie e il suo personaggio Sbirulino.

Quel che sorprende, dunque, è proprio questo suo giocare in minore, quando avrebbe potuto tentare una strada diversa e farsi apprezzare anche in un ruolo meno divertente, meno alla mano. Il fatto d’essere nato nella rivista, tra i trucchi e le escogitazioni di routine, di aver trasferito il tran tran nel mestiere dell’attore forse gli aveva trasmesso per il suo mestiere un rispetto scanzonato: non si sarebbe mai preso sul serio, anche quando si riconosceva quel tanto di serietà necessario a far successo.

Le sue vere passioni, forse, erano da cercare altrove: a parte la professionalità di chi passa, senza cambiare di una virgola, dal “Festival di Sanremo” a “Cascina Vianello”, da “Tante scuse” a “Pressing”, quel che lo avrebbe descritto maggiormente era l’amore per la SaMo, la sua squadra di calcio, e per sua moglie, ora rimasta sola, senza la spalla di una vita.

Per me che di questa coppia sono stato uno spettatore affezionato (ho scritto altrove: “terribilmente affezionato”), però, resta un rimpianto: Vianello avrebbe potuto essere molto di più di un conduttore televisivo o dello straordinario attore di rivista che è stato. Quanto avrei voluto vederlo, come hanno fatto tanti altri suoi colleghi (anche meno talentuosi), tentare una strada diversa, più “seria”. Sarebbe stato perfetto.