Emma ha la voce ruvida di una scaricatrice di porto che prova a fare poesia: spesso ironica, forse troppo istrionica per essere vera, non ha molte note diverse nel suo repertorio rispetto al suo essere nemmeno tanto sottilmente maschiaccio. Forse potrà crescere, ma per ora la sua realtà è quella di una rocker di provincia (e fa lo stesso che dietro ci sia l’Amoroso) e i suoi tentativi musicali sono e restano ruvidi esempi.

Come nella bellissima “Davvero”, che come ben altre quattro canzoni dell’album “Oltre” è firmata da Camba e Coro, che sono anche gli autori, guarda caso, dell’Alessandrona nazionale: storia di una storia d’amore molto poco gentile (“Mi sento camminare appesa a un filo/ in mezzo a un temporale”), vista dalla prospettiva di una donna che, invece, vorrebbe crederci davvero. A parte qualche scivolone lessicale (“voglio saziarti davvero”) e una imprecisione sintattica inutile e piuttosto fastidiosa (“parlarci davvero”), quando bastava usare la versione grammaticalmente corretta, la canzone è inquadrabile tra le migliori ballate della coppia: triste e malinconica, forte e piena di intensità, mal adatta però a una Emma troppo ironica, fin da subito nell’incipit.

Più in tono con le qualità vocali della Marrone appare l’hit del momento, “Calore”, figlia della penna di Roberto Angelini, uno che con i tormentoni ci sa fare (sua era stata la famosa “Gatto matto”): d’altra parte, stride l’eccessiva differenza tra ritornello e strofa, lasciata uguale uguale anche nella versione su disco. Se la voce di Emma è energica, tuttavia, qui assume troppo certa enfasi nannini-dipendente, al limite perfino della stonatura (cui arriva, in effetti, fortemente vicina quando esagera nel finale). Se questa è la sua cifra stilistica propria, bisognerebbe farle capire che è troppo lontana dal blues e pericolosamente vicina al pop per prendere male anche l’acuto su “voglio scintille”. Forse, è questione di diverse sensibilità, ma il pezzo, che ha un saliscendi difficile da costruire, prevede una maggiore aderenza al dettato musicale, senza le continue sbavature che possono essere tollerate dal vivo, molto meno nella versione discografica.

Conferma la tendenza all’ironia anche “Un sogno a costo zero”, che, però, nell’idea di trovare una buona escogitazione, affastella parole senza dare loro un reale senso logico: quando si scrivono canzoni narrative, peraltro lavoro degno di cantautori d’altri tempi, bisogna trovare il modo di comunicare in modo evidente i propri contenuti. Se quel che viene fuori è un guazzabuglio, non sarà il ritmo simil-Rino Gaetano a dare forza a un messaggio che appare al più inesistente, tra ricordi di amici morti di cui “ancora sento la presenza” e dichiarazioni d’amore improbabili (“lo sai: tutto sommato,/ non è male se ritorni”, un po’ le alate parole che tutti noi vorremmo sentirci dire, ovviamente).

Prevale il tono drammatico, e stavolta con una interpretazione decisamente più sentita, favorita da una melodia molto accattivante, in “L’esigenza di te”: il pezzo comincia al solito modo, con l’accento ironico e colloquiale (“cosa vuoi che dica”), nemmeno troppo riscattato dalle espressioni, banalotte, che lo completano. Meglio, invece, come si diceva, il ritornello: “incoerente fantasia/ quella di tornare indietro/ non buttare tutto via/ come se non fosse stato…”, completato, soprattutto nel suo senso più pregnante, dalla quartina successiva: “niente da sentire, niente,/ niente che può fare male”. Qui Emma, a parte le ruvidezze insistite dell’incipit, riesce a trovare una gradevole formula di compromesso, purtroppo illusorio (lei stessa, d’altra parte, tiene a precisare, cantando: “non sono in equilibrio”), tra la propria spinta rock e l’esigenza di un repertorio, quello scelto per questo disco, molto più melodico di quanto forse lei stessa avrebbe voluto.

Di Fortunato Zampaglione è, invece, “Meravigliosa”, la cui linea melodica, anche se debitrice di qualche pezzo anni Settanta, è decisamente la migliore dell’intero album: parole e ritmo si sposano perfettamente, nonostante la gigioneria di Emma, che, ancora una volta, si lascia andare ad un risolino senza senso (ancora una volta all’inizio). Meravigliosa è, a quanto pare, la storia che sta per rinascere: i ricordi non sono portatori di verità, visto che il tempo cancella tutto. Quel che resta, invece, è una donna che si scopre “fragile come argilla”, mentre il suo amante la stringe a sé. Peccato che a raccontare della propria debolezza sia una Amazzone inflessibile e coriacea come la Marrone, che invece che all’argilla potrebbe essere paragonata ad un… gorilla, tanto per mantenere la rima.

Decisamente meno fortunato il resto di un disco che appare spesso incoerente quanto alle scelte stilistiche della cantante, che ancora non sembra aver scelto una sua originale strada, ma al più pare voler studiare da nuova Nannini (peccato che, peraltro, l’originale non abbia ancora deciso per il ritiro). Brutta la ballata del ricordo intitolata “Folle paradiso”, stanca riedizione para-rock di “Erba di casa mia”, con i giardini complici dell’amore e i soliti litigi, ivi compreso “nessun dolore” che più battistiano non potrebbe essere. Brutta l’epifora “da zero”, su cui si innesta la rima con l’abusato “davvero” (come si farà, per dire, a “baciare un estraneo da zero”? e sorvolerò sull'”estraneo”, che fa tanto amorosino). Brutto il tango “Sembra strano”, canzone in due tempi, la quale vuol fare troppi omaggi alla tradizione per essere pienamente consapevole, tra le consonanze da liscio (“sola”/ “sale”) e i gridolini pseudosanremaschi, anche se la Marrone fa una gran fatica ad arrivare lassù, visto che non è un sopranino leggero.

Visto il personaggio molto virile e la voce particolarmente intensa, forse, una scelta di pezzi diversi (anche se alcuni sono piccoli capolavori melodicamente parlando, meno invece sul versante testuale) avrebbe consentito di esprimersi senza troppe sovrastrutture alla Marrone. Inserirla nel genere pop alla Amoroso non sembra essere la strada giusta per una voce che non è espressiva e triste come quella di Alessandra: quella vena ironica, molto labile sul palco di “Amici”, ma evidentissima nelle scelte interpretative del disco, mostra una Marrone ancora in fieri, e del resto come potrebbe essere altrimenti?

Peccato che questa sua trasformazione e la sua tendenza naturale per un cantautorato più aggressivo non siano stati compresi fino in fondo dai produttori di “Oltre”. Per ora, la Marrone riesce a metà e, dovesse continuare con questa voce ora rocheggiante ora troppo sbrigliata negli acuti (e imprecisa), non si vede come mai potrà riuscire, davvero.