L’amore è un fantasma. Lo si evoca con un pensiero e lui, inaspettatamente, invade la mente, anche quando è lontano, perché il sentimento vero non si dimentica mai e tormenta. Come se fosse presente, come se si potesse ancora parlargli, tenerlo con sé, mentre è solo l’ossessione che parla.

Non è dolore o malinconia, perché nel frattempo tutto sembra finito, anche se contemporaneamente il presente descrive se stesso come se fosse uguale al passato: il nuovo amore sembra, in realtà, soddisfarci, allo stesso modo del precedente (o forse anche in modo apparentemente più completo). Esso pare, in qualche modo, essere in grado di far rivivere tutte le nostre abitudini, mentre, nella realtà, l’inconscio lavora a costruire cattedrali di ghiaccio.

Tema, quello (appena qui abbozzato) dell’ossessione d’amore, svolto da Valerio Scanu con grande partecipazione emotiva e sfumature interpretative non da poco nel pezzo “Mai dimenticata”, che fa parte del suo nuovo album sanremasco. Il cantante sa rendere con grande verosimiglianza la tenerezza e la passione, con gli accenti morbidi e sinuosi della sua voce tanto potente e tanto interpretativamente preziosa. Così dal tono gentile e sognante della strofa, quando si chiede cosa sarebbe successo se l’amore che era nato non fosse finito con una telefonata (“avremmo fermato il tempo/ e colorato il tramonto/ e svegliato albe e trasformato lacrime in diamanti”, là dove il polisindeto è aiutato dalla partecipazione in climax della voce del cantante, che, se prima prende un respiro, poi non lascia la melodia fino alla parola “diamanti”), Valerio passa allo struggente ritornello, chiuso con l’angosciante dichiarazione dell’innamorato senza speranza (“perché in fondo un po’ t’aspetto”).

Stesso percorso anche nella seconda strofa, che però è colorata da un pessimismo di facciata: non è il sogno a parlare, ma la constatazione  che tutto ritorna uguale e identico e che quindi ci saranno ancora altre albe e altri tramonti, visto che il mondo continuerà a girare (alla Jimmy Fontana), anche se si è lontani (“e scorderemo quei giorni/ e guarderemo tramonti”), il tutto unito alla sottile disperazione che, però, “non sarà uguale/ finché saremo lontani”.

Il momento drammatico della canzone si ha poco dopo, quando la voce di Valerio si alza ancora fino ad essere un grido nella notte: quella stessa notte di freddo (ovviamente dell’anima, costretta nel suo inverno senza amore) in cui poco prima ci si era rivolti alla donna amata e ormai lontana. Solo ora il quadro si precisa e si allarga ad un terzo personaggio, ad un’altra donna che dorme, o forse fa solo finta di dormire.

Lei ha la sua dimenticanza, persa nei propri sogni, oppure sta osservando, muta, la scena del travaglio interiore dell’uomo che ora, perlomeno in teoria, dovrebbe essere suo? L’ipocrisia di quel rapporto, incrinato dalla violenza del sentimento, porta quasi a note di autentico disprezzo (che è anche disprezzo di se stesso, alla fine), fino all’invito, ripetuto a se stessi, in effetti, per cui “a volte è meglio non sapere/ non domandare”, dove, per le incredibili leggi della poesia, si legge in controluce l’invito a vivere l’attimo senza farsi incupire dal futuro di una famosa ode di Orazio, nella quale il poeta chiede alla sua compagna del momento Leuconoe di “tagliare” la propria speranza e di non immaginare una relazione d’amore lunghissima, per mesi e anni che gli dei potrebbero anche non concedere.

In questa sofferta notte di non amore, invece, il protagonista della canzone sembra tutt’altro che sereno, anche se apparentemente recita una parte a menadito. E’ ancora l’amore ricordato ad ossessionarlo, perché, come si diceva sopra, l’amore mai vissuto interamente è il più terribile dei revenant.