I miei ricordi di Lelio Luttazzi sono relativamente recenti, data la mia età. L’ho visto, naturalmente, in qualche insonne notte d’estate, nei revival dedicati a “Studio Uno”, quando duettava con Mina e lo faceva con quel meraviglioso je ne sais pas quoi che è l’arte nella sua dimensione migliore.

Una brutta storia di droga, naturalmente inventata, un errore giudiziario tragico gli aveva consigliato di darsi alla macchia, di lasciare la tv, proprio prima degli anni Settanta, forse prima dell’inevitabile declino, o di una televisione che non avrebbe amato fino in fondo.

Avevo scoperto la sua incredibile storia come spettatore di “Festa di compleanno”, uno show ormai dimenticato, ma che era la colonna portante della nuova TeleMonteCarlo diventata ormai tv italiana. A condurlo c’era Loretta Goggi, desaparecida di lusso di Rai e Mediaset, lontana dai successi di “Ieri Goggi e Domani” e di “Via Teulada 66”. La Goggi aveva deciso di ritornare in video, ma facendo una trasmissione che fosse elegante, sobria, divertente, senza strafare, ma inventando ogni giorno una puntata che fosse godibile in tutti i suoi elementi.

Tra i momenti migliori di quel piccolo gioiello, c’era appunto l’angolo dedicato a Luttazzi. Anche lui ritornava sul piccolo schermo: era un reduce dalla grande guerra, poteva sembrare un reperto del passato, ma talmente amabile e simpatico da riuscire  abilmente a ritagliarsi un angolo suo, arte e humour, simpatia innata e grande coscienza del mestiere. Un artigiano-artista, che faceva della musica uno strumento di comunicazione, ma senza nessuna esagerazione retorica, senza cercare per forza la soluzione maestosa.

Luttazzi, poi, era stato riscoperto dai suoi eredi: Fiorello lo aveva celebrato in “Viva Radio 2”, ma Lelio era talmente schivo che non aveva voluto neppure in quell’occasione recitare la parte del primo attore, quando era stato così bravo, per tanto tempo, a fare la spalla. Del resto, senza Luttazzi, senza i suoi stilemi, neppure Fiorello e il suo estro avrebbero trovato una loro dimensione. E credo che il nostro unico one man show italiano l’avesse ben chiaro, quando duettarono insieme.

Quando, poi, Sanremo l’aveva celebrato, facendolo cantare in coppia con Arisa la canzone “Sincerità”, che poi avrebbe vinto la manifestazione, sembrava che il tempo l’avesse ricompensato di quel tanto che gli aveva tolto. Ma era un piccolo successo per un grande uomo, colto, pieno di misura, elegante, tipico prodotto di una televisione in bianco e nero, talmente ben fatta da essere modello per l’eternità.

Quando gli chiesero come mai si fosse deciso ad accompagnare quella canzoncina semplice semplice, nobilitandola con un arrangiamento straordinario, Luttazzi disse di Arisa qualcosa che può ora suonare come un epitaffio preciso e calzante anche per la sua vita: “è una ragazza modesta, quasi timida, non è fanatica per niente, non vuole cambiare il mondo con la sua canzoncina graziosa”.

L’arte non deve voler cambiare il mondo: lo cambia, infatti, già senza esserne cosciente, come Luttazzi ci ha cambiato, speriamo, in meglio, con la sua leggerezza profonda, con la grazia del suo lavoro.