Dedico questo post ad un album davvero molto bello, anche a prescindere dalla facile canzone d’amore che gli dà il titolo (“Mentre dormi”), che pure ha avuto un successo di pubblico straordinario, finendo anche nella colonna sonora di un film che, invece, nonostante il battage, non ha fatto, d’altra parte, sfraceli al botteghino.

Io dov’ero (Atmos 5): atmosfera sognante, voce sottilissima, testo finto-poetico, senza un messaggio reale, ma costruito su una lunga serie di frasi nominali, interrotte dal ritornello, dove in anafora va l’unico verbo: “nevica”.

A cuore scalzo:  l’immagine da cui promana tutta la canzone successiva è la metafora che dà anche titolo al pezzo. Sembra indicare l’attesa di qualcosa di meraviglioso, che bisogna cogliere fino in fondo, con allegria e forza. Ma questo attimo di straordinaria emozione potrebbe poi stancare: forse è l’attesa di una storia d’amore che renda pazzi, che lasci sfavillare il cielo di meraviglie e mirabilanti miracoli. Però, potrebbero essere anche “bolle di cielo e sapone”.

La cosa più importante: antica e poetica canzone d’amore, dove si raccontano “passioni e maree/ che gonfiano oceani e desideri” (da osservare l’insistito parallelismo), in una atmosfera marina, con parole usuali (ivi comprese quelle del titolo, che evoca perfino i Ricchi e poveri, per poi negarsi in preziosismi talora perfino leziosi, come quando si canta: “la sorpresa di gocce di pioggia che cadono fiocchi di neve”, dove si rintraccia perfino qualche eco carducciana, quanto potrebbe essere perfino il vago riferimento ai treni i cui “rapidi sbuffi” sono poco prima ricordati). Bellissimi versi, come “un capogiro di gabbiani travolge l’orizzonte/ di echi bianchi di mare e scompare”, sono stemperate fino all’inserto finto-rap, che si perde in un rispecchiamento di se stessi, forse perfino un po’ troppo narcisistico.

Senza code (Autotomie): immaginarsi come animale, ma animale passivo e senza coda, come una lucertola che si muove senza sapere dove andare: scappare, sì, ma dove, si chiede il poeta. Si resta sempre uguali, in un movimento ansioso che però non porta lontano dall’amore che fa soffrire. La colpa è dell’ingenuità di chi ha passato già troppi “giorni inutili”, “silenzi immobili incastrati in mezzo ai denti”. Da sempre, l’aut aut tra la salvezza e la sconfitta, tra la vita e la morte, tra il pianto d’amore e l’amata che tranquilla si nasconde.

Il drago che ti adora: nonostante la scelta musicale molto elettronica, quasi irreale, il tema è antico, quello della favola d’amore sostanziata in un castello tra le nuvole e nei draghi da affrontare (come in “La nostra favola”). Ma alla fine la canzone si nega da sola, così come l’io poetico che da eroe scade a mostruosità: il drago è l’amato non corrisposto, che vorrebbe tanto essere là, con il suo ruolo, e vorrebbe sfiorare la donna che ama, ma senza farsi accorgere.

Mentre dormi: il pezzo che circola in radio, ma che è quello meno gazzesco di tutti. Grande poesia, ma sullo stile jovanottiano, facile tanto da essere colonna sonora, mentre il vero Gazzé è un po’ cattivo e incomprensibile. Qui lo sguardo poetico, a parte i “coriandoli di cielo”, o “le piume di stelle”, con la consueta distruzione della realtà che si sminuzza, si distrugge, si rifugia costringendosi in piccoli frammenti, è tranquillo, serenante, così come il giro melodico, poco coraggioso e molto commerciale.

Storie crudeli (Non c’è ragione per raccontare): omaggio stanco alla propria maniera, il pezzo ricorda da vicino altre prove immature, sia musicalmente sia quanto a scelte poetiche. Sulla falsariga del precedente “Il drago che ti adora”, anche qui altre favole sminuzzate e stavolta rese con tocchi espressionistici (“minatori nani/ brutti sporchi e villani”), fino ad arrivare, nella loro analitica furia, anche a Biancaneve, con l’aposiopesi finale per cui si dovrebbe dire chissà cosa di lei, ma la penna s’è fermata, poco prima di raccontare una crudele verità.

La moglie del poeta: descrizione gentile e umana di una donna sacrificata sull’altare della rima e delle parole. In alcuni momenti, l’io poetico sembra incarnarsi proprio nella propria moglie, qualche volta invece sembra essere restituito al poeta stesso. E’ ancora l’amore-sacrificio, per cui per essere davvero del marito, la donna vorrebbe essere “il punto esatto del foglio/ dove ti scivola nero il tratto di penna”.