“Dawson’s Creek” è stato uno dei telefilm più amati della mia (ormai antica) generazione. La5 ha deciso in questi mesi di riportarla in auge, ritrasmettendola ad un ritmo impressionante (due puntate ogni giorno) per intero, ciò che la prima tv in chiaro dove Dawson e la sua cricca sono stati avvistati (leggasi Italia1) non era mai successo in modo così completo. Italia1, chissà come mai, ha il simpatico pregio di non rispettare mai i propri telespettatori, soprattutto quando si tratta di lunghe serialità. Per cui, se uno di loro per caso si appassiona ad un telefilm, deve poi fare lo slalom tra quindici giorni diversi e tra orari diversissimi per vederne la fine.

Ancora ricordo come (ma si vede che ero un folle al tempo) mi svegliassi alle due del mattino per seguire “Angel”, per poi ovviamente scoprire che Italia1 non aveva comprato (e non aveva intenzione di trasmettere comunque) le ultime due serie.

Ma Dawson, non so bene perché, con questa sua rentrée, mi ha messo seriamente in difficoltà. Io ho amato moltissimo questa storia civile ed educata, piena di dialoghi al limite del teatrale, tra teen ager che sapevano usare un vocabolario raffinato e citavano Shakespeare o il cinema impegnato, quando non erano impegnati, loro stessi, nel pomicio libero (peraltro molto, troppo limitato, perlomeno per gli standard attuali).

Ma non ero mai andato oltre le prime serie, visto il trattamento mediasettiano. Scoprire, così, a distanza di anni cosa successe al biondissimo Dawson, regista alle prime armi, emulo di Steven Spielberg, ma alle prese con i suoi primi turbamenti amorosi, mi ha fatto vivere attimi di angoscia pura, quasi come se da un cassetto della memoria fosse uscito un vecchio conoscente perso di vista e fossi venuto a sapere quale fosse stato il suo amaro o agrodolce destino.

Dawson era un adolescente un po’ impacciato, magrolino e pieno di sogni. Illusioni a tutto campo, direi: dal lavoro all’amore, un uomo a metà, ancora da maturare, che ancora doveva rendersi conto di come crescere significhi, quando la fortuna te lo consente, venire a patti con ciò che avresti voluto essere.

Dawson voleva scrivere, ma non piccole serie adolescenziali – voleva costruire il film della sua vita, rendere vive con la magia della cinepresa le sue parole e quelle dei suoi amici.

Dawson, poi, era innamorato perdutamente (ancora non lo sapeva, ma l’avrebbe capito da lì a poco) della sua amica d’infanzia – Joey, che per lui stravedeva allo stesso modo. Erano due anime gemelle, come due stelle destinate ad incontrarsi e scontrarsi in ogni momento, in ogni luogo, e magari anche in ogni lago, già che ci siamo.

E così, con sorpresa (e forse perfino con una certa invidia), ho scoperto che effettivamente Dawson sarebbe diventato prima aiuto regista e poi regista. Poi, l’ho visto, finalmente, fare l’amore con Joey nella stanza di lei, all’università. E li ho visti, finalmente, comprendere l’aura fascinosa nella quale erano stati imprigionati e ho visto quanto splendore potevano suscitare l’uno negli occhi dell’altra, e viceversa.

E, poi, però, li ho visti separarsi. Ho visto allontanarsi per loro l’occasione di essere qualcosa che non riuscivano neppure a capire. Li ho visti litigare, odiarsi, rivedersi, provare con qualcun altro e poi, al capezzale della loro migliore amica (quella che, per inciso, li aveva separati all’inizio della storia), ridichiarare l’una all’altra il proprio amore e farlo come se fosse l’ultima trappola nella quale cadere, l’ultimo grido da far risuonare in tutti gli echi di montagna.

Poi, però, ho capito come mai Dawson, con la sua storia gentile e i suoi modi sereni, quella faccetta da bravo ragazzo che non ha mai fumato una sigaretta e che non conosce l’alcool, mi tocca tanto da doverne scrivere. Perché l’ho visto abbandonato dall’amore della sua vita, o dall’unica persona alla quale mai avrebbe potuto cedere completamente. Eh, sì, perché anche Joey, l’angelica Joey, amica e amante, anche se indecisa e sfuggente, dovendo optare per qualcuno, preferisce al ragazzo della porta accanto il bastardo che è saltato da un letto all’altro e nel farlo ha finto anche di ammantare tutto il suo percorso erotico-esistenziale di strascichi di filosofia simil-esistenzialista.

E allora, forse, proprio ora che ne scrivo, capisco quanto mi torturi il pensiero dell’ingiustizia, anche quando si tratta solo di un’ingiustizia colorata dalla tv e dalla finzione cinematografica. E rivedendomi in parte in Dawson e nella sua battaglia spuntata contro Pacey, l’amico-nemico, l’altra punta del triangolo, riconosco anche come la vita mi abbia sottratto perfino il sogno di farcela, di vincere al totocalcio, o di incontrare quell’amore che fa battere il cuore e che solo un cuore ingenuo può riconoscere nella trappola del tempo che scorre.