“Amici” è andato trasformandosi nel tempo, anche per via della concorrenza, mai troppo forte per la verità, di X-Factor, ma soprattutto perché inseguito da un numero svariato di polemiche, una delle quali, assolutamente, centrale riguardante il televoto e il modo con cui s’è sempre sospettato che prima la redazione della trasmissione e poi gli stessi concorrenti lo manipolassero. Chi mi segue ricorderà che il massimo dell’indecenza si toccò quando Karima fu estromessa dalla vittoria contro un cantante che definire tale è un insulto alla logica (tal Federico Angelucci, che il tempo ha finalmente cancellato dal mondo dello spettacolo perlomeno italiano, visto che sta per uscire forse con un disco in spagnolo) e quando Mario Nunziante, il più stonato tra tutti, si trovò incredibilmente primo in classifica, perché c’era, come incredibilmente arrivò a confessare lo stesso colpevole, uno zio che s’era organizzato con un call center.

Si capisce che da quel momento in avanti la De Filippi per prima e poi i suoi autori cercassero un sistema perché inconvenienti e ingiustizie come queste non capitassero più, anche se, a dire il vero, dell’Angelucci tutti furono contenti (perché la Ammar non era ben vista, anche se ora la invitano perfino tra i Big a cantare le sigle d’apertura), in particolare la Di Michele, che al solito sponsorizzava il peggiore. Questo sia detto giusto per amore della verità.

Ma adesso a forza di escludere il televoto, si finisce anche per cancellare l’ultima parvenza di legame col pubblico che “Amici” aveva. L’anno scorso, si poteva dire fin dalla prima puntata quali sarebbero stati i finalisti e in buona parte si poteva già delineare chi avrebbe avuto un contratto discografico o d’altro tipo con chi. C’era solo l’ufficialità da cercare, ma il resto era noto e arcinoto fin dalle prime battute. Un’edizione “telefonata”, ma con tanto anticipo da sembrare perfino offensiva, tanto che circolò addirittura la classifica finale su wikipedia, prontamente cancellata da qualche censore, molto, ma molto prima del serale. E visto che essa risultò in pratica quella stilata con la finalissima di mesi dopo, il sospetto che tutto fosse preordinato, preprogrammato e costruito in laboratorio per lanciare qualcuno divenne assoluta certezza.

Quest’anno, poi, si sfiora il ridicolo. Si è provato in tutti i modi di far coincidere i gusti del pubblico con quelli dei discografici, che puntano, è inutile dirlo, soprattutto su Annalisa, osannata da sempre come una nuova Mina in terra (si è sfiorato il ridicolo l’ultimo serale quando il paragone è stato posto, francamente piuttosto a sproposito). Ma, siccome Annalisa non sfonda assolutamente, vuoi perché ha il carattere di un gelato sammontana, vuoi perché questo benedetto stile ha un po’ sfranto tutti, visto che è ripetitivo come un clacson, allora si tenta di farla andare avanti e con lei tutti i Blù col meraviglioso sistema inventato dal prode Monaco (Zanforlin, secondo i più, quest’anno non parteggia per nessuno, perché ha già avuto il sacrificio dei tre penitendi, che poi sono stati guarda caso tutt’e tre eliminato, Giorgia, Paolo e Gabriella, della quale, tra un po’, non si diceva neppure che aveva lasciato la scuola).

Il sistema prevede che durante la settimana si possa votare per il preferito, ma che ciò non serva a una beata cippa. Detto in soldoni, Antonio, che è forte, fortissimo, non perché foraggiato da qualcuno, ma perché è amato dal pubblico, poiché non c’è un discografico che lo vuole mettere sotto contratto, deve assolutamente farsi da parte, allontanarsi, meglio dileguarsi. E allora, badabum, badabim, sparisce la classifica con i più votati (come a X-Factor, dove notoriamente vanno avanti solo i cantanti che stanno simpatici ai giudici, o che magari han già qualche simpatico contratto in essere con i giudici stessi, vero Maionchi?), sparisce l’immunità per chi piace alla gente che compra i dischi, ma viene fuori che l’unica immunità reale è data da una commissione di esperti, intesi come tre saggi che la sanno lunga e che, però, sono gli stessi che hanno giudicato finora gli allievi e che, nelle loro valutazioni, tranne qualche rara eccezione, hanno sempre confermato gli stessi voti per tutto l’anno.

Insomma, più telefonato di così, più scontato di così l’esito non potrebbe essere.

Ora, il succo della vicenda è questo: “Amici” ha avuto successo (e probabilmente lo avrà ancora) perché è un fenomeno nato con il pubblico e dentro al pubblico. Se il pubblico viene allontanato e non decide più nulla, tantomeno chi dovrebbe vincere, o neppure chi non dovrebbe essere eliminato, finendo nella sostanza tutti questi diritti a chi  già ha scelto, in effetti, durante tutto l’anno, questo successo continuerà a durare in eterno, solo perché a condurlo c’è la De Filippi?

A questo piccolo, piccolissimo particolare deve stare attenta Maria: la giusta preoccupazione per il futuro degli allievi (devono sapere se hanno talento o meno, è giusto anche essere spietati, piuttosto che creare una fila di disadattati che vengono a chiedere pane e lavoro dopo la trasmissione, perché nessuno li vuole scritturare) non può far passare in secondo piano che “Amici” non è il modo di fare pubblicità a gente che un discografico non riesce con facilità a sistemare sul mercato.

“Amici” deve essere una possibilità data a sconosciuti per crescere ed imparare, non deve sostituire il lavoro di scouting che le case discografiche non fanno più.

Ma soprattutto “Amici” deve essere restituito a chi veramente ne è il proprietario, con buona pace dei censori, dei vari Linus e Giordano vari: il pubblico da casa, che poi, guarda caso, è anche quello che compra i dischi e (non) ascolta le radio. A forza di rompergli le scatole, d’altra parte, c’è il grosso rischio che, alla fine, non guardi neppure più la tv.