E’ stato un lodevole tentativo quello della De Filippi di puntare, per la nuova collocazione al serale, su una serata di duetti fatti in casa, con i suoi beniamini di ritorno dalle edizioni precedenti accoppiati alle nuove piccole star che crescono, anche se, a giudicare dai download, non così tanto, purtroppo.

Purtroppo, in diversi casi c’è stata scarsa collaborazione tra artisti (ammesso che gran parte dei nuovi possa essere considerata tale): ciò ha creato esibizioni squilibrate tra i più rodati che han fatto tutti bellissime figure e i meno rodati che han dimostrato una volta di più le loro debolezze, o perfino i loro enormi difetti, spesso sottaciuti da commissioni non sempre particolarmente attente. L’esito artistico, dunque, è stato generalmente mediocre, come del resto è stato mediocre lo spettacolo offerto dai maestri di ballo, del quale però si parla in un altro post.

Annalisa-Alessandra Amoroso, Immobile: tutti trovano difetti interpretativi alla cantante ligure, mentre probabilmente i suoi sono piuttosto limiti tecnici (la mancanza di volume soprattutto, oltre che una fastidiosa abitudine a rendere dissonanti tutti i pezzi). Nel duetto sono emersi soprattutto nelle parti cantate all’unisono con la Amoroso, quando Alessandra l’ha “mangiata” troppo. In pratica la Scarrone è apparsa inesistente, come quando gareggia con l’orchestra, perdendo sempre. Il contrasto con una cantante davvero tale è stridente, talmente che Annalisa ne esce con le ossa rotte, annichilita. Doveva aiutarla, ma in effetti ha messo fortemente in evidenza tutti i suoi difetti, la mancanza di emotività “diretta”, cioé la mancanza (assoluta) della capacità di impiegare la propria emozione senza farsene travolgere, ma per metterla a disposizione della interpretazione. La Scarrone, che la produzione e i discografici vogliono vittoriosa, purtroppo cade (anche se non è una sorpresa), senza ottenere dal duetto nessun bonus personale.

Virginio-Emma Marrone, Calore/ Cullami: in Calore Virginio è gatto mammone, più preciso della Marrone, che della voce roca e non precisa ha fatto un marchio di fabbrica. Di potenza incoraggiante negli acuti, mentre la fanciulla accanto sussurra: “Sì, sì”, come se stessero facendo anche l’amore. Probabilmente, questa performance mostra anche come Virginio è in “quei momenti”, controllato, ma estatico, forse perfino un po’ innamorato di se stesso, come una buona star, che si concede col contagocce, ma sempre rabbioso, intenso. In Cullami meno potente il trasporto di entrambi, non aiutato dall’erotismo spinto di Calore, che è pur sempre un bel pezzo, anche se qualcuno vociferava fosse copiato (i fan di un’altra cantante di “Amici”, stranamente scomparsa da questa simpatica puntata speciale, chissà perché).

Diana-Marco Carta, Dentro ogni brivido:Marco ha un talento da grande star. Ne beneficia Diana, che resta quasi sempre zitta e seduta, mentre il Carta fa con la sua solita bravura il pezzo, in tutti i suoi punti più complicati, dove la voce cristallina della Del Bufalo sarebbe come i cavoli a merenda. Marco è cresciuto da morire, sia per intonazione (che pure non è mai stata una sua pecca, nonostante la vulgata uscita dalla bocca della Di Michele), sia per presenza scenica. E’, inoltre, molto più consapevole, capace anche di mettersi in sintonia con la Del Bufalo, come con chiunque altro. Ed è anche diventato un uomo particolarmente affascinante, il che non guasta per niente.

Antonella-Valerio Scanu, Per tutte le volte che: tenerissimi insieme, con la Lafortezza particolarmente emozionata, in una canzone decisamente tra le più complicate in assoluto, ma il clima è quello giusto, c’è collaborazione, c’è il sorriso intenso di Valerio, che sta dalla sua parte, non esagera, la prende per mano, l’aspetta. Il ritmo è terribile, le note non proprio scontate e faciline. La scelta della canzone meno sanremasca che c’è (e che pure ha vinto Sanremo) non è stata forse tra le migliori, ma c’è anche da dire che quasi mai i pezzi di Valerio sono replicabili per l’ampiezza dell’estensione, per le trappole interpretative e anche tecniche, delle quali peraltro lui è maestro insuperabile (ovviamente la vulgata vuole invece che siano tutti pezzi del picchio e che potrebbe cantarli anche una cassiera dell’IKEA – peccato che Milva ha dato l’addio alle scene, perché quanto mi sarebbe piaciuto vederla afona alla fine di “Mio”, “Sentimento”, “Polvere di stelle”, “Non c’è più”, “Pioggia e fuoco”, tanto per dirne qualcuna). Poteva riuscire meglio, ma Antonella è stata troppo rigida, soprattutto all’inizio – l’atmosfera sanremasca, forse, più probabilmente il confronto con la Amoroso, che è stata la prima a duettare con Scanu e che ha seguito parola per parola tutta la canzone.

Marco Mengoni, Un giorno qualunque: non è la prima volta che Mengoni fa la sua comparsa sul palco di “Amici”, dove ha già fatto del suo peggio (e lo dico da fan esagitato e della prima ora, autore di uno dei suoi più sperticati elogi, del quale vado fierissimo, peraltro), esagerando un’interpretazione esasperata di un suo successo. Stavolta è intenso e moderato, ma senza fare il pagliaccio della voce. Fa la sua figura, senza faticare, un po’ folle, ma senza diventare caricatura. Il microfono usato come un ventaglio, per dirne una, decisamente ridicolo, soprattutto perché l’effetto non è particolarmente eccitante, è stato questa volta ridotto nei tempi. Non s’è capito, però, come mai questa sua esibizione singola tra tanti duetti. Sembra, infatti, che non ci fosse nessuno a cantare con lui.

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