“Amici” continua a sfornare duetti e brutte figure. Stavolta all’appello manca anche Antonella, reduce da una brutta influenza e da una febbre a 39 che decisamente l’ha debilitata. Gli altri, davanti a voci e personalità mature, soprattutto emotivamente, han fatto una figura magrolina, proprio sotto tono. Ma per Virginio e Annalisa non c’erano altre scusanti che la loro scarsa verve.

Questi nuovi eroi amiciani sono troppo uguali a se stessi e monotoni: non si può essere così aderenti al proprio schema base, quando occorre interpretare una canzone non propria e accanto ad un interprete che invece la mastica senza difficoltà. Bisogna avere il coraggio di imitare, anche, ma soprattutto di sperimentare, senza restare legati al proprio mondo di plastica. Studiare è anche questo: avere il coraggio di mettersi in gioco, senza scimmiottare, ma anche senza rimanere chiusi dentro la propria oscura intimità. Una buona via di mezzo, come al solito, servirebbe in questi casi. Il problema è che questi ragazzi, a parte la povera Antonella, non hanno una guida particolarmente autorevole per intervenire e dare indicazioni – al massimo, hanno dei buoni public relation men, che magari servono per vincere un televoto, non per fare una carriera.

Virginio – Ornella Vanoni, Senza fine: Ornella canta in casa, vive il momento tranquillamente, come una pantera che coglie di sorpresa. Virginio appare come al solito, tranquillo, per nulla esagitato, sereno. La canzone, però, gli esce fuori come una dichiarazione alla madre, e dunque non appare per nulla intimista, ma allegro, divertito, affettuoso. Solo che la canzone è anche altro – dietro ci sta la storia d’amore tra la cantante e Gino Paoli, con tutta la sottile disperazione di chi capisce solamente a tratti chi ha davanti, a cominciare dalle mani, talmente grandi e grosse da sembrare, appunto, “senza fine”. Non come l’amore, che, purtroppo, ha i suoi momenti e, proprio per questo motivo, deve finire. Questa spensierata disperazione non c’è in Virginio, che invece sembra sicuro, mentre canta, che non finirà. Da un lato, beato lui.

Annalisa – Mario Biondi, I’ve got you under my skin: il pezzo, per quanto sia mitico e stramitico (viva Cole Porter, peraltro), è di una semplicità imbarazzante, insistendo sulle stesse tre note. Semmai la difficoltà stava nel non rifare una versione troppo simile all’originale. Ma la canzone è degna di altro interprete che Annalisa. Ci voleva una buona Karima per dar forza all’esibizione. La Scarrone, invece, annaspa, incespica, esita a tenere il tempo e, al solito, è sotto voce. Ogni tanto, caro Zerbi, bisogna anche far vedere che si ha la voce. Altrimenti, si fa il prete e si sussurra durante le confessioni. La voce aguzza e dissonante della Ligure fa a pugni con il tono, talmente particolare, profondo e sensuale, di Biondi. Lui bravissimo (anche se un tantino sotto tono, perché assolutamente senza ispirazione, perfino nel finale, tagliato a metà, quasi non avesse nemmeno voglia di continuare – un duetto in genere presenta due voci che tendono a cercarsi, qui Annalisa semmai cercava l’intonazione), lei non pervenuta. Forse sarebbe il caso di evitarle ancora un’altra figura del genere.

Antonella – Francesco Renga, Un giorno bellissimo: Francesco è un autore davvero gigantesco, ma anche un cantante straordinario, non uno qualunque. Antonella si muove come può, dopo tre giorni di febbre. Ma non fa una figura tanto tragica, come farebbero pensare i commenti del dopo-partita, dove al solito sembra che abbia perso quattro a zero, come la Sampdoria a Napoli. Nelle parti in cui canta da sola, è perfetta, talmente tutt’uno con la canzone da interpretarla così come dovrebbe. Nelle parti dove i due cantano insieme, le due voci non si trovano: lei molto alta, lui di meno. Ma l’effetto non è stridente, solo sorprendente. Dispiace che la Lafortezza, decisamente la cantante migliore del lotto, debba passare sempre per le forche caudine della sfortuna: quella di essere presa di mira da sedicenti commentatori solo perché pupilla di Jurman, quella di subire tutto il subibile perché cantante di “Amici” da un sedicente esperto musicale che non conosce un’acca della musica italiana, quella, ora, anche di prendersi l’influenza nel momento peggiore, quando dare forfait significherebbe non andare più in onda e perdersi la possibilità della vita.

Loredana Berté, Non sono una signora: al solito, tra tanti duetti, una interpretazione singola. Loredana aveva già cantato poco bene nei “Raccomandati” questa stessa settimana. Del resto, in lei e nella sua voce ora sgraziata, ora dissacrante e perfino in questo mitica si sentono tutte le difficoltà della vita, della passione musicale, tutti i dolori, tutte le tragedie. E’ una voce diversa da quella che incantava negli anni Ottanta. C’è una maggiore rabbia, meno controllo, c’è la gioia stupita di esserci, ma capita anche di leggervi tutt’altro, la malinconia di chi dimentica le proprie parole, di chi ritorna a tratti se stessa, di chi cerca la libertà, ma purtroppo qualcuno gliel’ha tolta, irrimediabilmente, per sempre. Sarebbe bello che alle anime belle fosse impedito di soffrire.