Giusy Ferreri, Il mare immenso (Bungaro – Ferreri – Calò): non è un pezzo che colpisce subito, dalla partenza. E’, però, ottimamente cesellato su un testo particolarmente intenso e poetico, tra immagini di paesaggi naturali infranti e metafore legalitarie (“il nostro cuore fuorilegge/ spara colpi di dolore”). Si vede la mano preziosa di Bungaro, alla faccia di chi diceva che la Ferreri sarebbe finita dopo la relazione di lavoro con Tiziano Ferro. Voto: 8 1/2

Luca Barbarossa – Raquel Del Rosario, Fino in fondo (Luca Barbarossa): descritta come una canzone sanremasca, invece, è più debitrice di una certa maniera-vascofila, tra la continua anafora del “Voglio” iniziale e la dichiarazione forte “voglio trovare un senso a tutto quello che facciamo”. Le due voci, però, non si mescolano particolarmente bene, soprattutto nelle parti dove devono trovare qualche misura ed equilibrio tra loro. Quella di Barbarossa trova difficoltà e perde di intensità, tanto da diventare un basso di solo accompagnamento; nella seconda parte, la scelta è, grazie al Cielo, quella di alzare il tono e allora i due si trovano meglio. Meno interessante è il ritornello, dove il continuo insistere sull’opposizione “su/ giù” fa davvero troppo Vasco Rossi, ma quello recente che di fantasia ne ha un po’ troppo poca.Voto: 8

Roberto Vecchioni, Chiamami ancora amore (Roberto Vecchioni): dall’impianto già sentito, con una retorica piuttosto insolita in Vecchioni, forse arrivato ad una svolta cristiana che non gli s’addice (“un libro, un libro vero”), la canzone è come un urlo di speranza, con i riferimenti tipici di certo modo di intendere l’umanità (il soldato, il papa-boy, il potente che è crudele), ma non evita certi trappoloni (come nel finale patetico: “perché noi siamo amore”), anzi ci cade allegramente e volentieri. Come idea è ottima, come canzone è asfittica. Voto: 6 1/2

Anna Tatangelo, Bastardo (D’Agostino – Tatangelo – D’Alessio): la canzone, che inizia con una citazione altissima da Reitano (“C’è una ragione di più”), non è così d’alessiana, come sarà sembrata ai detrattori della Tatangelo; anche se è una canzone d’amore, ha però una sincerità forte, quasi rockeggiante. Anna è al solito intensissima, soprattutto nell’inizio dialogante.Voto: 8

La Crus, Io confesso (Giovanardi – Curallo): che bel pout pourri: piena atmosfera anni Settanta, qualche tocco divertente e inquietante di ateismo, un pizzico di citazione colta (un po’ troppo sfruttata, quella di Wilde: “posso resistere a tutto,/ alle tentazioni no”), anche la cantante lirica in rosso (Susanna Rigacci). La voce ricorda Tenco, ma lui scriveva in modo più valido: qui siamo al livello della solita canzoncina d’amore, con il traditore che confessa, ma è sicuro che lei tornerà a farsi viva, perché “ chiamerai il mio nome,/ lo so che lo farai”. Sarà forse anche l’ora di andare un po’ oltre le citazioni dagli Equipe 84. Se poi non si facesse l’elogio della poliamoria, sarebbe anche meglio. Negli anni Settanta sarebbe stato reato.Voto: 6

Max Pezzali, Il mio secondo tempo (Max Pezzali): solita canzone nostalgica, senza nessuno sforzo creativo eccezionale, di chi si sente giovane a metà, ormai giunto all’età in cui ci si guarda indietro e si capisce che “è ora di scegliere”. Sarebbe anche divertente, se Max non avesse scritto trentaquattro altre volte questa stessa canzone, e tra l’altro con immagini migliori, come quella dedicata con nostalgia scanzonata al proprio compleanno (“Uno in più”). Qui, invece, l’immagine del “secondo tempo” del film della vita è tanto noiosa quanto sdrucita. Lo special fa tanto 883, ma il tempo forse è passato e, anche se la voce è migliorata, la vena è inaridita, a giudicare da questo stanco refrain, che fa tanto tradizione. Quanta nostalgia per l’originalità di “Hanno ucciso l’Uomo Ragno”. Voto: 4+

Davide Van De Sfroos, Yanez (Davide Bernasconi): gli eroi di Salgari sono invecchiati e ora tra artriti e riporti stanno a prendere il sole in una Rimini alla milanese. L’idea è originale, meno il resto (il dialetto permette persino la scurrilità, a quanto pare, vista la presenza di un lato B nel testo). Se il testo regge nel suo continuo alternare tra modernità e passato, è la musica che latita: la ballata alla laghé non funziona proprio. Voto: 5

Anna Oxa, La mia anima d’uomo (Imerico – Oxa – Pacco): un testo psichedelico (dell’autore di Campione d’Italia, Lorenzo Imerico), sostenuto da una melodia originale e molto ariosa, ma non dalla voce della Oxa, ormai in riserva. Non basta un taglio particolare per tenere in piedi una personalità particolarmente forte e intensa, ma senza le qualità canore degli esordi. Nonostante le difficoltà e quasi la raucedine, resta la canzone più interessante di questo Sanremo, con il suo invito ad andare verso il futuro, col coraggio di un uomo. Fortissimo soprattutto l’incipit, là dove si dice: “questo posto è un assurdo deserto/ in un fitto mercato rionale/ dove tutto ci sembra diverso,/ dove tutto è patetico e uguale”. Voto: 10

Tricarico, Tre colori (Fausto Mesolella): quando Tricarico imparerà a cantare, io scriverò di lui. Per ora, alla prima nota stonata, sono uscito dalla stanza. E’ igiene mentale. Voto: s.v.

Emma – Modà, Arriverà (Silvestre – Zapparoli – Palmosi): non eccezionale il brano scritto dai Modà, forse manierato, certo costruito su immagini trite e ritrite, la solita canzone sanremasca, senza nessun momento particolarmente intenso, come la solita trasformazione tra pianto e sorriso, o la solita immagine del sole d’estate (questa volta “rovente”). La peggiore è però “la magia delle stelle”, che in bocca ad Emma (sempre afona, perché fa figo e con la faccia tagliente da duetto) fa tanto Lory Lory. Però, la voce di lui è fantastica. Il voto è di stima. Voto: 7

Luca Madonia – Franco Battiato, L’alieno (Luca Madonia): dall’ultima partecipazione disperata con i Denovo (arrivati all’ultimo posto), Madonia, a distanza di vent’anni e passa, ci riprova, con la stessa canzone della scorsa volta, ma senza quel rock che l’aveva fatto immaginare come colui che avrebbe cambiato la vita della musica italiana. Battiato, dal canto suo, dà il suo tocco allegro solo nell’ultima strofa, ma la sostanza non cambia: canzone monotona, con rime già sentite (“tra gli umori della gente/ che mi sfiora indifferente”) e qualche orecchiamento da altre canzoni (“colgo l’occasione/ di un’estate al mare”). Voto: 6-

Patty Pravo, Il vento e le rose (Calvetti – Ciappelli): il racconto di un’estenuante domenica amorosa, ma forse neppure tanto, visto che dura venti minuti, si stempera in una tranquilla dichiarazione d’amore, che sa d’esserlo ben poco. Tra il letto e il caffé si consuma un’avventura che vorrebbe confondere il vento con le rose, mentre non è altro che la solita illusione. La musica, forse retoricamente facile, è però riscattata da un testo gradevole (gli autori sono quelli del capolavoro “L’amore si odia”), tra l’immensamente poetico e la prosaicità della vita (“senti chi bussa alla porta”). Patty, però, è completamente inadatta e perfino stonicchia, nonostante la classe. Voto: 8 1/2

Nathalie, Vivo sospesa (Nathalie Giannitrapani): un canto in punta di piedi, ancora una volta, come troppo spesso nella trasmissione che l’ha lanciata, X-Factor, per chi non se lo ricordasse. Quando la voce si apre, è francamente troppo tardi. Il testo si ripete un po’ spesso, ma è suo e non fa neppure tanto ribrezzo, anche se il messaggio è riducibile alla sua ialina inconsistenza (“punti di forza in tempeste di vento”). Forse la Giannitrapani vuol recepire l’eredità dell’ultima Ruggiero, mentre in realtà imita Carmen Consoli, quasi al limite del plagio (evviva l’originalità). Voto: 6/7

Al Bano, Amanda è libera (Berlincioni – Carrisi – Paoletti): Al Bano indovina un brano triste e malinconico, adatto alla sua voce potente, ma suggestiva. Lui stesso si emoziona a raccontare la storia tragica di una prostituta nordafricana, che muore sulle strade, nonostante il nome etimologicamente potente. Spesso, quando si tratta di metterci l’anima, Al Bano è più delicato come cantante che come uomo: del resto, un artista si giudica più sulle emozioni che sa vivere e trasmettere, che sulla sua esistenza da rotocalco, la quale al massimo può servire per rilanciare una carriera sbiadita troppo presto. Qui è nel suo – racconta, come ha sempre fatto, una storia difficile e molto contemporanea: un tempo era la valigia dell’emigrante, ora invece è lo sguardo di chi si chiede perché sulle strade della nostra ipocrisia di società tornata dall’estero e piena di boria nei confronti di chi ha fatto solo lo stesso percorso. Voto: 9