“Amici” 10 è finito. Questa è la buona notizia. La seconda buona notizia è che da questa kermesse sono usciti vincitori due concorrenti che non erano granché pronosticati, Virginio e Denny. La terza buona notizia è che quest’edizione ha sdoganato i gay, che in genere uscivano prima del serale in simpatiche sfide “telefonate” – e non fatemi fare nomi, basta il pensiero.

Qui finiscono le buone notizie. Il resto è, tutto sommato, descrivibile come una massa putrescente, dalla quale forse sono da salvare l’esibizione di Fiorella Mannoia, quella di Alessandra e ben poco altro, tra cui qualche coreografia azzeccata senza essere imitata da youtube e le parole giuste e con sano buon senso della Prina.

E peccato se qualche solone dell’ultima ora ha pontificato sostenendo che quest’edizione era meravigliosa e che s’era fatto un sacco (sic) di strada dai tempi di Scanu: evidentemente chi riesce ad affermare una tale solenne porcheria non sa neppure cosa sia stato “Amici” in dieci anni di trasmissione. Probabilmente chi ne parla a questo modo non s’è neppure dato pena di vedere quali talenti siano usciti da questo programma in passato (talenti che, sia detto chiaramente, sono talmente superiori a queste tre o quattro voci uscite quest’anno che neppure c’è la possibilità, anche a livello teorico, di un confronto), oppure se n’è dato pena e ha svilito il tutto per puro e semplice desiderio di provocare. Ma, del resto, chi ha raccontato questa assurda panzana è smentito dai fatti – soprattutto quando parla superficialmente di Valerio, che, tra i cantanti di “Amici”, è sicuramente il più preciso, e non è che lo sostenga io, ma il melodyne. E con questo considero la polemica, assai stupida e strumentale, definitivamente chiusa, anche perché fare altrimenti vorrebbe significare dare importanza a chi quest’importanza ormai ha sepolto da solo, con gesti da guitto e polemiche da avanspettacolo.

Il problema è che ieri, a ben sentire, Virginio ha cantato spesso male e senza anima – cosa che, tra l’altro, non gli capitava da tempo. Ha sbagliato spesso e volentieri, vittima probabilmente dell’emozione. Annalisa ha conservato, dal canto suo, tutti i suoi difetti: dalla voce di scarso volume sempre e costantemente annegata nel confronto con l’orchestra, all’intonazione ballerina soprattutto nelle note basse e negli acuti, talvolta tanto striduli da essere davvero fastidiosi (come, tremendamente, in diversi momenti dell’ultimo “Diamante lei e luce lui” cantato per la prima volta proprio ieri sera e “ciccato” tragicamente). Quanto alla capacità di interpretare dell’algida rossa ligure, siamo ben al di sotto delle modeste capacità di tanti mestieranti da ballo liscio. Non c’è stata, quasi mai, nemmeno quando si trattava di cantare il proprio inedito, emozione, proprio quella che tanti tiravano fuori dal cilindro delle loro ovvietà da radiocronisti senz’anima come caratteristica evidente nello stile della Scarrone: semmai in quest’ultima c’era da ravvisare freddezza, non emozione. L’unico momento di livello artistico adeguato alle circostanze è stato nel duetto con la Amoroso, anche se il confronto, come al solito, ha penalizzato Annalisa, che, d’altra parte, ne è uscita con le ossa un poco meno rotte dell’ultima volta.

Insomma, è stata una vera, rarissima débacle, una specie di Caporetto dei reality, con pianti, piagnistei e lacrime finte e fintamente finte da tutte le parti: una Canne dopo la quale nemmeno i senatori vigliacchi si sarebbero salvati, una catastrofe nucleare dopo la quale i sopravvissuti potevano al massimo tirare un respiro di sollievo per essersela lasciata dietro le spalle.

Mi domando chi potrà comprare un disco di uno dei tre finalisti di canto. Se qualcuno osasse farlo con il cd della Nicoli (il cui nome purtroppo devo tornare a fare, vista la pantomima della borsa di studio di due mesi donatale con affetto per finire a Nashville, dove spero che la Parton la senta e la faccia fuori con una tettata), gli consiglio, poi, di farsi un esame di coscienza musicale, perché capisco il desiderio di fare del bene, ma nel caso per fare cantare la-stonata-più-stonata-che-c’è occorre non un atto di benevolenza, ma l’intervento di tutti i Santi del Paradiso.

“Amici” ha ormai, con la pantomima di questa finale, perso ogni appeal verso chi qualcosa di musica capisce. L’arrivo della Maionchi fa intuire che la scuola di Maria stia diventando una patetica imitazione in salsa zanforliniana di X-Factor, un programma insomma dove sono le case discografiche a fare il buono e il cattivo tempo, dove è la gente come l’ex cameriere della Gialappa’s a decidere chi ha talento e chi no.

Se “Amici” vuol diventare un vero carrozzone, questa è la strada giusta. Se volesse fare una svolta di 180 gradi, magari potrebbe tornare sulla strada dell’arte.