Per essere un disco d’esordio, “Nali” ha molti pregi e qualche difetto. La Scarrone cerca, non sempre riuscendovi pienamente, di adattarsi a diversi stili, più o meno come cercava di fare (e anche qui raramente convincendo) durante la trasmissione che l’ha lanciata, “Amici di Maria De Filippi”. Più che altro, fa specie il tipo di confronto che la fanciulla evoca, sia attraverso scelte autoriali difficili da condividere a pieno, sia attraverso altre scelte meno conscie cui evidentemente la portano le abitudini e il modus cantandi istintivo.

Francamente improbo (e ingeneroso con se stessi) scegliersi da subito un modello come Mina, della quale rifare, con scarsa personalità, “Mi sei scoppiato dentro al cuore”. Una scelta come questa si capisce solo se dettata dall’azzardo o da una fiducia incontrollata nelle proprie capacità. Una canzone come quella di Mina dovrebbe essere lasciata all’originale – a meno di non decostruirla facendola diventare qualcosa di completamente diverso. Ma Annalisa non ha la forza di cambiarne neppure una virgola, risultando un doppione facilmente evitabile rispetto alla Mazzini d’antan.


Il resto del disco, così, alterna altri sterili tentativi di imitazione (da Syria alla immancabile Amoroso, perfino a Loretta Goggi, in qualche caso) ad altri scalpiccii di neonato che deve ancora trovare una sua strada e che cerca, cerca, ma senza riuscire ad andare a fondo. Qui l’album si arena, come la Scarrone s’era arenata durante il serale di “Amici”, quando a una interpretazione coerente faceva seguire altre prove meno d’artista e più da inquietante cantante da pianobar. Le difficoltà tecniche nel disco si notano appena (il confronto però tra prova dal vivo e registrazione, se fatto, è spesso rivelatore, in quanto le versioni pubblicate delle canzoni sono appena appena semplificate in certi passaggi rispetto a come le canzoni erano state presentate in origine), ma quelle interpretative restano e sono profonde. Forse l’età non giova ad una interprete ancora giovane, ma il problema più grosso è che Annalisa non sembra essere toccata particolarmente da ciò che le capita di cantare, come se tutto accogliesse con una freddezza un po’ calcolatrice. Il fatto, poi, che le sia capitato di scontrarsi con qualcuno che nella vita ha avuto più porte in faccia e che sicuramente canta il proprio disagio (Virginio) non ha contribuito a farla uscire da questo cul-de-sac, complici anche i suoi non eccelsi insegnanti che l’hanno seguita per tutto il corso della trasmissione. Anzi, la cura amiciana per lei è stata deleteria, avendo cantato la Scarrone molto meglio prima di essere stata ammessa.

E così succede che la psichedelica “Solo”, su album, riesca decisamente meglio di quando la fanciulla l’ha cantata dal vivo (perlomeno ultimamente): di fronte ad una melodia non facilissima, ad “Amici”, Annalisa vi s’era persa molto spesso e molto facilmente, mentre ascoltandola su cd si ha perfino l’impressione che la voce sia di una pasta completamente diversa (tanto da far sospettare chissà quale marchingegno tecnico che la renda così metallica). La canzone è una specie di autoconfessione di una simpatica loser, che nella penombra della sua camera pensa di non essere molto rilevante rispetto al mondo che la circonda, al massimo “una goccia di casualità”. Le immagini sono quelle elettroniche di una vita virtuale, tra le quali sta come i cavoli a merenda l’espressione, più vagamente letteraria, “obliando”, che, immagino, le “timide piccole fan” di Nali avranno capito a metà. All’improvviso, la dolce sfigata (forse) si trasforma in stella dello spettacolo, ma il testo, qui, si fa meno perspicuo tra scelte non particolarmente ovvie: “un palcoscenico d’oro/ che leva la mia amata battuta/ obliando la realtà”. Qualcuno dirà che c’è un senso profondo – e magari ci sarà pure, ma l’italiano delle canzoni ha avuto pochi momenti così poco brillanti.

“Inverno” è un po’ un piccolo patchwork di canzoni anni Sessanta, ivi compresa la tenera atmosfera in cui il testo è immerso: il fondo è la splendida “Il cielo in una stanza”, scandita tra diversi versicoli (“ora che tra alberi infiniti/ sbiadiscono oltre le pareti”, “toccare il cielo in una stanza”) e mescolata a impressioni stagionali più fredde di quelle evocate dall’originale di Paoli. La melodia, in effetti, sa di strasentito, ma la voce della Scarrone vi si adatta, seppure senza brividi, senza la partecipazione evocativa di una maestra del genere come la cantante dei Delta V, Francesca Touré, che pure di cover si intende. Il pezzo resta, così, un bell’esperimento, ma senza nerbo, tutto cantato e poco sentito, forse anche poco aiutato da un’inizio ritmato che poco s’addice al resto.

“Cado giù” è, invece, davvero poco consona alla Scarrone che fa una fatica terribile all’inizio, quando la melodia è troppo grave e la vocina della rossa ligure si trasforma in un refolo inascoltabile. Quando la canzone s’apre, Annalisa vi si adatta maggiormente, ma senza brillare, seppure riuscendo più intensa interpretativamente. Il testo è pieno di banalità, a parte la metafora della neve che “cade giù” (e che però ha sfruttato molto meglio Mina, convitato di pietra di tutto l’album): terribili soprattutto i versi del ritornello: “e non sarai tu a stringermi/ e non sarai tu a vivermi/ l’avresti detto mai” (con effetto-Irene Grandi, quella di “Che fatica si fa a cambiare vita”), come anche la tragica successiva dichiarazione: “le tue spine cadono/ stavolta io mi sposto”, che fa tanto gioco di parole alla “Striscia la notizia”, seppure in una canzone che non vuole essere per niente divertita, ma fondamentalmente triste e malinconica. Lo special ricorda molto Elisa, ma reinterpretato con patetico effetto-sirena. In questo pezzo, però, sta la migliore interpretazione, in tutto questo primo lavoro, di Annalisa: forse il testo le fa rivivere qualcosa del suo passato, ma la sua comprensione delle parole è particolarmente raffinata, anche se, onestamente, dal paroliere ci si poteva aspettare qualcosa di meglio che questa paccottiglia di generosi luoghi comuni.

“Brividi” è di certo la canzone meno forte dell’intero disco, a parte la trovata dell’attacco ritardato: la situazione è quella di una fanciulla col proprio ragazzo sotto un cielo notturno, dove campeggia la luna (e magicamente anche le stelle, che però non dovrebbero esserci). Lui la sfiora e lei sente un mondo aprirsi. Ma il giorno dopo tutto dovrebbe finire – perlomeno quella sembra sia stata l’intenzione prima (“doveva essere soltanto un gioco”). La Camba torna al modulo luna-amore difficile di “Estranei a partire da ieri”, ma qui la meravigliosa metafora iniziale del pezzo di Alessandra (“la luna è un soffio”) si perde facilmente nelle immagini dell’astro testimone che “scruta misteriosamente/ tutto quanto andare” – tipo detective del New York Police Department. Ancora una volta, Annalisa si perde, senza toccare le corde reali del pezzo: troppo altalenante, troppo leccata, non riesce ad essere l’imprecisa, ma sentimentale Amoroso né la precisa se stessa, seppure ancora priva di vera personalità canora.

In una nuova mutazione, Annalisa fa il verso a Syria in “Fuori”, un pezzo caratterizzato dai versi lunghissimi e dall’andamento narrativo-prosastico. Il testo contiene qualche bellissima perla, come “il vento che viene ad asciugare/ le tue lacrime arrabbiate”, ma il tono è tutt’altro che poetico, perfino un po’ scanzonato. La protagonista è vittima e carnefice di una convivenza complicata, ma solo leggermente (“guarda che possiamo stare molto più vicini:/ te ne parlo, casomai non te lo ricordassi” e qui c’è tutta l’ironia possibile, senza ferimenti e spargimenti di sangue, tra due persone che si conoscono e vivono gomito a gomito): non c’è nessuna drammaticità nelle parole, ma solo la forza di un amore che si nutre di familiarità. La Scarrone, invece, è troppo enfatica, in linea, d’altra parte, con tutto il suo stile, che, per non essere profondo, tenta di trovare spessore nella retorica.

“Giorno per giorno” dà l’impressione d’essere stata già sentita. E va bene che gli autori sono Casalino e Verrienti, ma stavolta non c’entra neppure il fatto che questo pezzo sia stato scartato da Alessandra e poi appioppato ad Annalisa. Stavolta, infatti, c’entrano piuttosto Nathalie Imbruglia e la sua meravigliosa “Want”. Il discorso è, forse, anche più complesso: lo stile di questo pezzo ritmato e scandito non è proprio quello più confacente alla Scarrone e ha fatto pensare a Meg dei 99 Posse. Il testo ricorda molto vagamente quello della Imbruglia: là una donna sostiene di poter andare avanti senza il suo vecchio amore, qui un’altra donna si contraddice quindici volte. Un po’ è timida, un po’ perde i freni inibitori (parola che metricamente finisce per diventare leggermente fuori controllo); un po’ minaccia il fidanzato (“non c’è niente che ora tu…”), un po’ gli promette felicità (anche se “vaga”). Trovare un senso preciso è operazione complicata.

Quanto a “Diamante lei e luce lui”, è una canzone dall’impianto metaforico originale: la coppia luce-diamante diventa trasposizione di un rapporto d’amore. L’immagine regge fino ad un certo punto, non certo quando, per il gusto della rima facile, il testo finisce per diventare un elenco di indicativi futuri (“L’abbraccerà/ rallegrerà/ solleverà/ se piangerà/ difenderà/ perdonerà”), con continua ellissi del pronome personale (vagamente solecistica, d’altra parte). E qui, volendo, un buon comico potrebbe introdurvi surrettiziamente la qualsiasi. L’idea è buona, la realizzazione involontariamente comica. E’, musicalmente, la canzone più debole dell’album.

L’effetto-Amoroso è patente anche nella canzone potenzialmente migliore di “Nali”: “Questo bellissimo gioco”. Storia di un amore complicato, protagonisti un uomo sonnacchioso e una donna potenzialmente violenta che vorrebbe gridare, ma invece che finirla lì preferisce tenersi dentro le angosce e trovare lo spazio “per ricominciare” (e io, naturalmente, apprezzo la involontaria citazione del mio blog). Il ritornello, soprattutto, è notevole per i giochi allitteranti che danno maggiore spessore fonico a ben scelti ossimori: “E’ poco, è poco/ non può bastarmi questo bellissimo gioco,/ l’impossibile certezza/ di trovarti quando torno,/ di volare stando fermi / e avere tutto il mondo, tutto intorno”. Ma si può davvero sostenere la pena di un amore insicuro? La risposta è che “la soluzione materiale non esiste”. Qui, sta il capolavoro che potrebbe far gridare alla nuova “Immobile”.

L’esito generale, invece, è lontano dal capolavoro. Molta confusione, molta approssimazione, una strada ancora tutta da percorrere, diversi difetti (tra interpretazione debole e difficoltà tecniche) da colmare: insomma, per la Scarrone la salita è appena cominciata, soprattutto se nel suo prossimo futuro vorrà ancora mettersi a confronto con qualche altro mostro sacro.